Usa 2012, primarie repubblicane: si vota anche sui valori – di Ennio Caretto

Noi europei pensiamo che le primarie repubblicane riguardino soprattutto la crisi finanziaria ed economica. E invece no. Non nell’America profonda, quella del Sud in testa. Là gli elettori votano sui valori, non sulla crisi. Votano cioè per il fondamentalista cattolico Rick Santorum, un italo americano di Filadelfia, contro il mormone moderato Mitt Romney, l’ex governatore dello stato del Massachusetts. Santorum ha vinto nell’Alabama e nel Mississippi, i due stati più poveri dell’America si badi bene, denunciando la decadenza morale della nazione, l’aborto, il divorzio, le unioni gay ecc: Satana, ha ammonito, ci vuole distruggere, perché siamo il faro di luce del mondo. Romney, che propugna la ripresa dell’economia e la riduzione delle tasse, si è dovuto accontentare delle Hawai. I successi di Santorum sono dovuti agli evangelici e ai cristiani rinati, che in stati come l’Alabama e il Mississippi rappresentano i tre o quattro quinti dell’elettorato repubblicano. Non si possono ripetere nell’America più aperta delle coste orientale e occidentale e delle grandi metropoli. Ma stanno spaccando il Partito in due e indebolendo Romney, che rimane il favorito. Indebolendolo al punto che al Congresso della prossima estate il Partito stesso potrebbe nominare candidato contro Obama un terzo uomo, giudicando Romney incapace di battere il presidente. Questa possibilità al momento è remota. Ma il solo fatto che se ne discuta è sintomatico di due gravi fenomeni. La scollatura tra gli evangelici e i cristiani rinati da un lato e il resto del paese dall’altro. E l’incapacità dei repubblicani di varare una politica anti crisi finanziaria ed economica. Data questa situazione, la rielezione di Obama sarebbe positiva per l’Europa per il semplice motivo che faciliterebbe il superamento della crisi (l’America ne sta già uscendo) e la soluzione delle nostre dispute.

L’Ue e gli Usa si stanno scontrando sulle agenzie di ratings, sulla Tobin tax, ecc. E ciò merita qualche riflessione. La prima è che le dispute non attengono solo ai debiti sovrani europei e all’euro, ma anche alla finanza globalizzata, ossia al mercato. La seconda è che esse rivelano l’incompatibilità della scuola di pensiero americana sul capitalismo con quella europea. La terza è che le dispute aumentano il pericolo che, con le sue tragedie sociali, la crisi finanziaria ed economica delegittimi il capitalismo stesso, come ammette il Financial times. La quarta, e più inquietante, è che si traducano in altri attacchi americani alla zona dell’euro.

Prendiamo le agenzie di ratings e la Tobin tax. Per l’Ue, le agenzie di ratings americane, agenzie private auto designatesi arbitri di fatto della solvibilità di stati sovrani, vanno regolamentate, “declassate”  commenta sarcasticamente il Wall street Journal, perché tribunali inappellabili e, peggio, destabilizzanti.

L’Ue propone la sorveglianza dei loro metodi di valutazione e altre misure restrittive dei loro poteri, ed è appoggiata dal Fondo monetario che le vorrebbe sostituire con l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici, i cui parametri, afferma, “sono più obbiettivi”. Ma gli Usa si oppongono a tale “svolta statalista”. Per essi, ridimensionare le agenzie ratings, che sono pagate dalle banche, dalle assicurazioni e così via, è snaturare il libero mercato. Il quale mercato, nella visione americana (e inglese) è “super partes”, si autoregolamenta, produce ricchezza, e imbrigliarlo causerebbe seria povertà. La  preminenza del mercato sullo stato è la ragione per cui gli Usa si oppongono anche alla Tobin tax, la lieve imposta sulle transazioni finanziarie caldeggiata dall’Ue. Oltre che un mezzo per ridurre i debiti sovrani, l’Europa individua nella Tobin tax uno strumento di controllo di operazioni spesso poco trasparenti. Ma secondo la scuola di pensiero prevalente in America, ciò è inaccettabile perché limiterebbe il mercato. In realtà, è inaccettabile la visione americana: il mercato, che ultimamente ha depauperato il mondo, non può esautorare lo Stato.

Gli Usa non negano che la crisi finanziaria e economica più grave dalla Grande depressione degli Anni trenta rischi di delegittimare il capitalismo odierno. Al loro interno, ferve il dibattito sulle sue possibili riforme. Ma lo sta vincendo l’ala liberista estrema, a cui giudizio il mercato deve essere liberalizzato ulteriormente e totalmente. E quest’ala è sostenuta dalle forze politiche conversatrici, il 40 per cento degli elettori americani stando al sondaggio Gallup, e da parte delle forze politiche moderate, il 35 per cento (quelle liberal, le sole contrarie, sono appena il 21 per cento). La posizione americana è diametralmente opposta a quella dell’Ue, che combatte per un capitalismo più funzionale, più umano ed equo.

Gli Usa e l’Ue sono quindi su una rotta di collisione. E lo sono perché gli Usa vedono nella “Ue dei regolamenti” un serio ostacolo al mercato e vorrebbero ridimensionarla se non eliminarla. Non è il caso di parlare di una congiura a Wall Street contro l’area dell’euro, ma le agenzie di ratings e altri istituti della finanza privata americana ne stanno strumentalizzando i problemi a proprio vantaggio.

Wall Street non ama modelli di capitalismo alternativi, né monete alternative al dollaro. L’Europa è  accusata di essere in prevalenza antiamericana, ma chiunque visiti l’America oggi vi avverte una ventata di antieuropeismo: per Wall Street e per le sue forze politiche, l’Europa è statalista, anzi socialista. Per questi motivi, le elezioni presidenziali e congressuali americane del prossimo novembre avranno per gli Usa e per l’Ue una valenza finanziaria ed economica simile a quelle del 1932, all’apice della Grande depressione. Se Obama verrà rieletto presidente e se i democratici riconquisteranno la maggioranza al Congresso, rientrerà il pericolo di una collisione. Obama e i democratici, ora paralizzati da una Camera dominata dai  repubblicani al servizio di Wall Street, regolamenterebbero il mercato e collaborerebbero con l’Europa. Ma se Obama e i democratici saranno sconfitti, il pericolo della collisione aumenterà. 

Un punto fondamentale va sottolineato: che il capitalismo americano non è sempre stato quello di oggi. Per la maggior parte dello scorso secolo, fino al 1921 e dal 1933 al 1981, il mercato fu regolamentato grazie anche a presidenti repubblicani progressisti come Teddy Roosevelt, e non solo ai presidenti democratici. Questo giovò, oltre che allo sviluppo economico, alla ridistribuzione della ricchezza e alla stabilità sociale. Il capitalismo odierno data alla rivoluzione liberista di Ronald Reagan e della premier inglese Margaret Tatcher negli Anni ottanta. Ma a che cosa ha portato in America e in Europa? A dolorosi passi indietro per i ceti medio e basso e all’arricchimento di pochissimi privilegiati.

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