Usa 2012, La ‘social democrazia’ di Obama contro Wall Street e i poteri forti – di Ennio Caretto

Washington – Dopo il Messaggio sullo stato dell’Unione di Obama, il tradizionale discorso programmatico d’inizio d’anno del presidente, e dopo la vittoria di Newt Gingrich e la sconfitta di Mitt Romney alle primarie repubblicane della Carolina del Sud, la scelta degli elettori americani alle urne a novembre non potrebbe essere più chiara. Nel rispetto del mercato, ma un mercato regolamentato, Obama propugna la social democrazia, cioè una modesta ridistribuzione della ricchezza e un minimo di welfare. I due candidati della opposizione, Gingrich soprattutto, propugnano invece la totale libertà del mercato e bollano lo stato assistenziale come “socialismo all’europea”, quasi comunismo. In un altro paese, non fosse che per equità, onestà e moralità – perché la crisi dovrebbe continuare ad arricchire i ricchi e a depauperare i poveri? – Obama verrebbe sicuramente rieletto. Ma nella America dominata da Wall Street, ossia dalle banche, le assicurazioni, ecc, da dove le multinazionali si installano nel terzo mondo per pagare di meno i dipendenti e non pagare le tasse in patria, e dove il 10 per cento più privilegiato dei cittadini detiene metà della ricchezza nazionale, Obama potrebbe essere sconfitto. Il motivo? L’America è molto più politicamente conservatrice e socialmente ingiusta di quanto non sembri. L’iniquità fiscale in America è palese. Un manager che guadagni milioni o decine di milioni di dollari annui paga la stessa aliquota della sua bene stipendiata segretaria, dal 25 al 35 per cento. E un investitore che guadagni milioni o miliardi di dollari ne paga una molto inferiore, il 15 per cento, perché tale è l’imposta sui profitti. Due nomi al riguardo: Romney, che nel 2011 intascò 21 milioni, e John Paulson, il re degli hedge fund, fondi di investimento ad alto rischio, che nel 2010 intascò 4 miliardi. In America (e purtroppo anche in Italia, sia pure in minore misura) il capitale è premiato e il lavoro penalizzato. Ci sono anche Creso con una coscienza civica: il mitico Warren Buffett depreca pubblicamente che la segretaria versi in percentuale più di lui al fisco, e ha consigliato a Obama di alzare l’aliquota per chi guadagni dal milione in su. Ma è l’intero “Sistema America” che va cambiato. Le multinazionali, ad esempio, devono riportare produzione e lavoro nel Paese. E’ un debito che devono saldare. Se sono arrivate così in alto è anche perché lo stato americano ha fornito loro manodopera specializzata, agevolazioni fiscali e via di seguito. Obama vede che il ceto medio, non solo quello basso, è a rischio, e se verrà rieletto lo tutelerà maggiormente.

Il progetto repubblicano è diverso. I repubblicani sono divisi, ma se conquistassero la Casa Bianca favorirebbero ancora di più la finanza, le multinazionali, e i ricchi. Come governatore del Massachusetts Romney dimostrò di sapere temperare l’ideologia con il pragmatismo: attuò una riforma sanitaria simile a quella di Obama. Ma tutti gli altri candidati repubblicani, Gingrich, Rick Santorum, un italo americano cattolico, e Ron Paul, un libertario, sono degli integralisti e porterebbero l’America indietro di decenni. Paradossale è stato soprattutto il successo di Gingrich nella Carolina del Sud. Secondo il filosofo politico Michael Walzer, esso è stato frutto della sua abilità di proporsi come l’uomo forte dei conservatori, di reagire alle critiche quasi con ferocia, di appellarsi alle loro viscere. Ed è stato frutto della formazione all’interno del partito di uno zoccolo duro anti Washington e anti establishment, deciso ad assumerne il controllo. I repubblicani, osserva Walzer, un democratico, hanno sempre avuto due anime, una moderata, l’altra radicale. Storicamente la prima ha spesso dominato le elezioni. Ma Gingrich ha mobilitato una vasta base sempre più infuriata contro di essa. Dice dei repubblicani l’autore di “Guerre giuste e ingiuste”: “Non so se l’ala restauratrice prevarrà su quella centrista, ma Gingrich è l’unico capace di farle vincere questa battaglia. Ha evocato quello che io considero il peggio dei conservatori ultras, il razzismo latente e l’incuria se non il disprezzo dei poveri. Essi si sono istintivamente identificati in lui”.

Secondo Walzer, i repubblicani hanno un partito fronda dentro il partito. “E’ la coalizione del Tea party, degli evangelici, dei cultori dei cosiddetti valori, dei seguaci della National rifle association, fautrice della libertà di armarsi, e via di seguito. A livello locale è una coalizione molto bene organizzata, come si è visto alle elezioni congressuali del 2010, quando ha spostato il partito a destra e ha inferto ai democratici una delle sconfitte più clamorose della loro storia. Adesso si sta organizzando anche a livello nazionale”.

A giudizio della Casa Bianca, tuttavia, sarebbe più facile per Obama sconfiggere Gingrich che non Romney. Alle urne, gli americani di solito scelgono il candidato meno estremista. E’ possibile se non probabile che la settimana prossima, alle primarie repubblicane della Florida, Romney batta Gingrich. Romney è un leader dell’establishment del partito e nei sondaggi elettorali è a testa a testa con Obama. Spiega Walzer. “Alle primarie cosiddette chiuse, dove possono votare solo i repubblicani, penso che la coalizione ultras superi il 50 per cento, qualche volta arrivi al 60 per cento nel profondo Sud o nell’America del Texas e dello Iowa. A queste primarie, un candidato semicentrista come Mitt Romney non raccoglie più del 25-30 per cento dei voti. Ma la percentuale di questa coalizione è inferiore alle primarie cosiddette aperte, dove possono votare anche gli indipendenti, specialmente nel Nord Est. Una diversità su cui conta l’establishment partitico per fermare Gingrich”.

L’establishment del partito, aggiunge il filosofo politico, ha paura dell’ex speaker della Camera perché non fu molto responsabile nel ricoprire quella carica, e perché pensa che perderebbe contro Obama. “Gingrich non è credibile per una parte dei moderati e una grande parte degli indipendenti. Per costoro, Romney è l’unico papabile alla Casa bianca. Sospetto che una certa percentuale di essi non voterebbe per Gingrich a novembre”.

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