Usa 2012, E’ Romney lo sfidante di Obama – di Ennio Caretto

Washington – Con la vittoria nelle primarie dell’Illinois lo scorso martedì Mitt Romney si è quasi assicurato la candidatura repubblicana alla presidenza. L’ex governatore del Massachusetts ha eclissato l’ex senatore italo americano Rick Santorum, il leader della destra cristiana e il suo più forte avversario. Santorum potrebbe ancora rifarsi questo week end alle primarie della Louisiana, la culla degli evangelici e dei fondamentalisti. Ma probabilmente le elezioni del prossimo novembre saranno una contesa tra Romney e Obama. Santorum ha giocato la carta sbagliata, quella dei “valori”, che fa presa soprattutto sugli integralisti religiosi del profondo Sud. Romney ha giocato la carta giusta, quella della riduzione delle tasse e del rilancio della economia, che fa presa sulla maggioranza dell’America. Nonostante l’appoggio della dinastia Bush, l’ex governatore è tuttavia sfavorito nei sondaggi.

Per quanto ci riguarda, le primarie non sono solo servite a selezionare il candidato repubblicano. Sono servite anche a evidenziare il crescente divario culturale tra l’America e l’Europa. I “valori” propugnati oltre che da Rick Santorum anche dagli altri due aspiranti di destra alla Presidenza, Newt Gingrich e Ron Paul, non corrispondono ai nostri. Per Santorum e compagni la questione morale ha a che vedere solo con il sesso e la Bibbia, quella che considerano la mancanza di fede: no all’aborto, no ai matrimoni gay, no a darwinismo e così via. Secondo loro, le ingiustizie finanziarie economiche sociali ambientali, le vere piaghe dell’America, non sono una questione morale. E’ come se la destra cristiana vivesse in una teocrazia, non una democrazia. L’Europa condivide le piaghe americane. Ma ne fa una questione morale e le combatte molto più vigorosamente. I nostri “valori” sono la eguaglianza, la trasparenza, la ridistribuzione della ricchezza, l’assistenza. E’ incomprensibile in particolare la sordità dei repubblicani alla questione morale nella finanza. Wall Street passa da uno scandalo all’altro, la Goldman Sachs, la sua Banca Ammiraglia, viene accusata di frode dalla Sec, la Commissione di controllo della borsa, e di danni ai clienti da un ex dirigente, ma quasi nessuno s’indigna, quasi nessuno parla di violazione dei “valori” americani. Anzi, il Wall Street Journal, la voce della finanza, commenta che la Goldman Sachs deve uscire allo scoperto, e chiarire che opera per il proprio profitto e quello degli azionisti, e che il mercato deve essere totalmente  deregolamentato.

E’ come se Wall Street fosse al di sopra della moralità se non della legge. E’ un comportamento che rischia di costare caro ai repubblicani: oltre a non conquistare la Casa bianca, a novembre potrebbero anche perdere il controllo del Congresso, perché buona parte dell’America ne ha abbastanza della finanza. Lo dimostra il fatto che la questione morale nella finanza, sollevata lo scorso autunno da “Occupare Wall Street”, gli indignati, domina oggi il dibattito interno all’establishment americano. Politici economisti manager e media scoprono che c’è del marcio nelle multinazionali, assicurazioni, banche, marcio che va dalla frode alla corruzione all’evasione fiscale. E che esso è un portato della deregolamentazione selvaggia degli ultimi trenta anni e della abdicazione della politica dalle proprie responsabilità. Come scrive David Rothkopf, un ex della Banca mondiale, nel suo libro “Power Inc.” (Potere finanziario), quando l’equilibrio tra il potere della finanza privata e il potere dello stato si spezza a favore della prima, troppi a Wall Street violano il codice etico. Una caduta ricorrente e pericolosa che causò i “crack” delle borse del 1929 e del 2008; e che ha contribuito alla crisi dei debiti sovrani.

A scuotere l’establishment del suo torpore è stato un giovane dirigente della Goldman Sachs, Greg Smith, che dimettendosi le ha rinfacciato una cultura degli affari “tossica”: ai vertici, i clienti sono detti “i pupazzi” e la Banca addossa loro “prodotti da cui liberarsi”. Lloyd Blankfein, il capo della banca, ha smentito seccamente. Ma il “j’accuse” di Smith ha suscitato enorme eco, anche perché, per una fortuita coincidenza, quasi contemporaneamente cinque altre grandi banche, la J.P. Morgan, la Bank of America, il Citigroup, la Wells Fargo e la Ally financial sono state multate di 25 milioni di dollari per “illegalità” nella tragedia dei mutui subprime nella sola New York. La multa ha evidenziato la contraddizione di fondo del salvataggio di Wall Street da parte dello stato, cioè dei contribuenti nel 2008 – 2009. Gli istituti finanziari privati che ne furono responsabili non vennero penalizzati, anzi se ne arricchirono, e oggi i loro “big” intascano di nuovo premi faraonici. Nel frattempo, le famiglie hanno patito gravi sacrifici, il loro tenore di vita è calato, e solo ora l’economia dà segni di ripresa. Per Occupare Wall Street, che secondo i repubblicani è “un movimento politicamente motivato”, vale a dire antiamericano, la questione morale è soprattutto fiscale e sociale: l’1 per cento ai vertici della finanza privata paga proporzionalmente meno tasse e percepisce infinitamente di più del restante 99 per cento. Ma se l’establishment  e la politica vogliono davvero fare una “pulizia etica” devono andare oltre alla guerra alla sperequazione, e combattere il malaffare a Wall Street.

Dal 1990, oltre alla catastrofe del 2008, Wall Street ha causato la morte delle Casse di risparmio americane, la crisi delle “tigri” asiatiche del 1997, la bolla dei titoli hi – tech del 2000. Bill Cohan, un ex banchiere di assalto, ricorda che nel 2006 la Goldman Sachs scommise sul “crack” dei mutui subprime che vendeva, spacciandoli per sicuri, ai propri clienti, e incassò 4 miliardi di dollari. Gioco che le banche americane bissarono più tardi con i “bonds” greci, portoghesi e via di seguito, con la collaborazione delle agenzie di ratings. E’ ovvio che Gekko, l’odioso protagonista del film di Oliver Stone, non può essere il simbolo di Wall Street. Ma è anche ovvio che, come disse nel 1987 Joseph Grundfest, l’allora presidente della Commissione di controllo della borsa, “le cadute morali di Wall Street mettono in dubbio la moralità del sistema  capitalista, il legame tra il merito e la ricompensa”. Piaccia o non, è obbligo dello Stato porvi riparo.

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