Unesco, arriva la Palestina – di Carlo Di Stanislao

Di certo, un anno fa il governo di Silvio Berlusconi avrebbe appoggiato più marcatamente Israele nel contrastare l’ingresso nell’Unesco della rappresentanza di uno Stato palestinese non ancora nato. Ma qualcosa quest’anno è cambiato. Sono state le rivolte di piazza in vari Stati arabi a spingere la diplomazia italiana all’astensione, una scelta condivisa ieri da 52 Paesi in tutto e non alla bocciatura della richiesta avanzata da Ramallah. Il voto all’assemblea richiedeva una maggioranza dei due terzi: 107 stati hanno votato a favore, 14 contro e 52 si sono astenuti. Stati Uniti, Canada, Germania e Olanda hanno votato contro. Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica e Francia in favore, mentre Gran Bretagna e Italia si sono astenuti. Precedentemente il consiglio esecutivo aveva espresso il suo favore all’ammissione. Lunedì l’Unesco ha ammesso la Palestina fra i propri membri, anche se,  per l’annessione effettiva nella membership, bisognerà attendere la firma da parte della Palestina.

I mezzi stampa palestinesi hanno accolto con grande compiacimento la decisione dell’Unesco, che viene vista come un ulteriore passo verso l’obiettivo di creare uno stato indipendente. Erano ormai circa due mesi  che ci si affannava per sostenere o  demonizzare la proposta di Abu Mazen di  ammettere la Palestina all’ONU come membro effettivo. Nel frattempo lo stesso procedimento era stato portato avanti all’UNESCO, con un minore interesse della stampa internazionale. Nel prossimo futuro il Consiglio di sicurezza dell’Onu dovrebbe pronunciarsi sulla richiesta di adesione della Palestina. Nel frattempo la leadership dell’Anp si accinge a chiedere l’adesione ad altre sedici agenzie internazionali. E già all’indomani del voto favorevole, che ha molto scontentato gli USA, Israele cerca di mettere a punto contromisure che esprimano la propria totale insoddisfazione per uno sviluppo che, secondo i dirigenti dello Stato ebraico, crea un ostacolo in più nel processo di pace e solleva interrogativi pesanti sulle intenzioni dell’Autorità nazionale palestinese. Per prima cosa Israele fermerà temporaneamente il trasferimento di fondi all’Autorità nazionale palestinese. Inoltre, pare che si sia arrivati anche alla decisione di accelerare la costruzione di insediamenti in varie parti della Cisgiordania, compreso il rilancio di progetti edili ebraici a Gerusalemme est. Scelte che servono solo "ad accelerare la distruzione del processo di pace", come sottolinea la presidenza palestinese. Insomma, il governo israeliano, nella sua versione più strategica, quella ristretta al premier Netanyahu più i titolari dei sette dicasteri più importanti, ha varato una serie di “sanzioni”, così le definisce il giornale liberal Haaretz, non “in risposta a”, o “a causa di”, ma più asetticamente “dopo” l’accettazione dell’Autorità palestinese come membro a pieno titolo dell’Unesco. Sta di fatto che “dopo” la riunione del cosiddetto “gabinetto ristretto”, Netanyahu, ha ordinato che venga “accelerata” la costruzione di altre 2000 “unità immobiliari” (case) in due insediamenti, Gush Etzion e Maale Adumim e a Gerusalemme est. Fra le altre sanzioni adottate c’è anche il congelamento del rimborso delle tasse che Israele ha raccolto nel mese di Ottobre per conto dell’Autorità Palestinese, pari a circa 80 milioni di dollari. Suad Amiry, palestinese che da trent’anni vive a Ramallah; donna impegnata nei negoziati di pace; intellettuale tradotta in undici lingue (in Italia, molti hanno letto Sharon e mia suocera ); architetto che cura il patrimonio culturale palestinese, in una intervista di oggi sul Corriere si dice arrabbiata con Italia e Germania, che si sono astenute, ma soprattutto con Obama, che dopo aver difeso l’idea dei due Stati, taglia i fondi all’Unesco, appena riconosce la Palestina. Il governo americano ha già annunciato che bloccherà i 60 milioni di dollari che erano previsti, e stanziati, per novembre, in favore de l’Unesco e la mancanza dei fondi a  stelle e strisce potrebbe, in futuro, creare non pochi problemi all’Organizzazione, visto che gli Stati Uniti da soli ne garantiscono il 22 per cento del bilancio. Molte iniziative potrebbero rimanere senza fondi e il fatto che l’Unesco abbia comunque votato a favore della Palestina, anche se rischia di rimanere con molte meno risorse economiche, è il segno evidente di come la storia stia voltando pagina. Gli Stati Uniti, guidati dal Nobel per la Pace Barack Obama, motivano le proprie ragioni spiegando che il blocco dei fondi è una "scelta inevitabile", perché delle leggi approvate nel 1990 e nel 1994, da George Bush padre prima e da Bill Clinton poi, impediscono il finanziamento a organismi internazionali che assegnano un pieno riconoscimento ai palestinesi prima del raggiungimento di un accordo di pace con Israele. Molto chiara la dichiarazione della portavoce del Dipartimento di Stato americano, Victoria Nuland, che precisa candidamente che gli USA rimarranno all’interno dell’Unesco "per tutelare i propri interessi". Il regista israeliano Amos Gitai, voce controcorrente, spesso criticatissima in patria, nel prendere un volo per Torino dove, al Museo del Cinema, si apre una sua retrospettiva, dichiara: “La pace si fa insieme, non si smentisce”. Il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, intervistato dal Secolo d’Italia sulla questione del riconoscimento della Palestina all’Unesco, ha dichiarato: “noi abbiamo criticato molte posizioni politiche all’interno dell’Ue, molti cedimenti alle posizioni palestinesi. Ma Israele cosa ha risposto quando ha visto che in Europa si frantumava la solidarietà nei suoi confronti? Quanto agli Stati Uniti se non fosse per il loro veto Israele non passerebbe mai in sede Onu e questo la dice lunga". Eppure il voto italiano è stato tutt’altro che chiaro. Ma, forse, si è trattato di un voto strategico e politico, il cui effetto si vedrà oggi, quando nell’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura si voterà sulle nuove candidature per il consiglio esecutivo. Il nostro Paese è uno dei sette che ambiscono a restare o entrare nell’organismo di 58 membri e i posti da riempire sono sei. Tra i candidati a rimanere ci sono anche gli Stati Uniti. In assenza di rinunce che renderebbero automatica la permanenza italiana, non mancheranno elementi per analizzare i risultati.

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