Ulivo ed abbacchio a Pasqua – di Roberto Pepe

Avendo letto su vari quotidiani ed avendo appreso da petulanti proposte televisive che si vorrebbe eliminare non solo la tradizione dell’abbacchio dalle mense pasquali, ma addirittura l’utilizzazione del ramoscello di ulivo come simbolo tradizionale delle festività pasquali cattoliche, adducendo la motivazione che sono anti animaliste ed antiecologiche, non pertinenti, cioè, alla cultura sociale umana, come fossero delle forzature contro la natura; vorrei ricordare che tutte queste tradizioni cristiane hanno come base culturale una plurimillenaria consuetudine sociale precedente, tramandata da qualche festività di origine anche pagana od indù, ma fondamentalmente determinata agli albori delle società, esclusivamente da necessità agresti contadine.

Queste usanze, contrariamente a quanto gli pseudo chic-ambientalisti ecologisti animalisti prospettano come un’attività malvagia ed irriverente contro la natura, sono, invece, semplicemente una doverosa pratica per attivare un nuovo ciclo vitale, un inno alla primavera, che scaturisce dalla indispensabile potatura degli ulivi (e degli altri alberi) e dalla eliminazione dal gregge di alcuni agnellini maschi non produttivi in termine di latte e nuova prole, nell’ambito futuro del gregge (ahimè: ne bastano pochi per la riproduzione). Quindi, è perché si deve potare un albero o smaltire un gregge che atavicamente – dal neolitico: inizio agricoltura ed allevamento -, scaturisce la festa con ramoscelli ed abbacchi, e non il rovescio: siccome c’è la festa di Pasqua, tagliamo gli ulivi ed uccidiamo gli agnellini (la Brambilla andasse pascolare per un po’ di pecore in Gallura).

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