Terremoto Emilia, produzione industriale ferma: è lotta contro il tempo

Chiuso per paura, chiuso per rischio. Chiuso perche’ nessuno se la sente di mandare a morire un essere umano, soprattutto dopo l’ecatombe di due giorni fa nella Bassa. Chiudere le aziende per necessita’ e per necessita’ sperare di riaprire alla svelta. Perche’ se e’ vero che il terremoto ha colpito duro, la crisi e l’assenza di lavoro potrebbero mandare in necrosi il tessuto produttivo e dare il colpo di grazia alla Bassa modenese.

Mirandola, comune della dolce vita e del gran lavoro, che ha lasciato su un tavolo d’obitorio tre operai nel crollo della Bbg. San Felice sul Panaro, dove il sisma ha schiantato la metalmeccanica Meta con le vite di due operai e di un ingegnere.

Medolla, quattro lavoratori morti nel disastro della Haemotronics. Nomi e luoghi di un disastro che non si poteva annunciare per assenza di presupposti se e’ vero, come e’ vero, che nessuno aveva mai descritto questa parte dell’Emilia come un territorio sismico. Eppure, il terremoto e’ arrivato con tutta la sua violenza. E la sua devastante opera di killeraggio non si ferma qui: perche’ con i danni che ha provocato quell’onda d’urto, i problemi potrebbero aumentare con la chiusura e l’annullamento di preziose multinazionali biomedicali, produttive aziende metalmeccaniche, preziose ditte di ceramiche. In totale, centinaia e centinaia di posti di lavoro senza considerare ovviamente l’indotto.

La paura fa novanta, ma qui nella Bassa la paura rischia di fare 180. Cosi’ il sindaco di Mirandola Maino Benatti ha deciso stamani, con un’ordinanza sindacale, di interdire l’intera area industriale, compreso l’accesso ai piazzali, bloccando anche il prelievo dei materiali gia’ stoccati e pronti per l’esportazione. Stop a tutto, fino alle verifiche tecniche.

A Finale Emilia ancora nessuna ordinanza in questo senso: ma, ricorda il sindaco Ferdinando Ferioli, i capannoni crollati ‘sono stati realizzati negli anni ’70, con i criteri di allora. Considerato che la zona era considerata a rischio sismico 3 dobbiamo pensare che nessuno dei capannoni della zona sia a norma. Chiederemo alle proprieta’ i piani di costruzione, poi vedremo’. E dunque, le aziende sono chiuse perche’ ‘nessuno puo’ prendersi la responsabilita’ di mandare operai in un capannone che potrebbe crollare’. E per un impensabile caso anche l’unico centro commerciale della zona e’ costruito in un capannone. ‘L’unico che avevamo – dice Ferioli -, assieme alla Coop che e’ inagibile e parzialmente distrutta’. Il proprietario del centro commerciale vorrebbe riaprire ma l’amministrazione comunale gli ha detto di no: ‘L’edificio e’ uscito dall’asse di 5 centimetri con l’ultimo sisma. Mi dispiace ma non mi prendo la responsabilita’ di aprire’.

La produzione e’ ferma, e la Bassa rischia di morire assieme ai suoi morti se non riprendera’. Si tratta di centinaia e centinaia di posti di lavoro, si tratta del tessuto economico di una parte importante della Regione e finanche di una parte fondamentale del pil nazionale. Non ci sono fantasmi nella Bassa perche’, pur se devastati, i centri conservano sempre la propria anima e l’identita’. Ma uno spettro vero sta cominciando a prendere corpo in questa terra e si chiama mancanza di lavoro.

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