Terremoto, da L’Aquila ad Amatrice: ricostruzione – di Emanuela Medoro

Il verbo ricostruire è definito su un buon dizionario della lingua italiana come segue: 1. Costruire di nuovo, 2. Riprodurre un fatto o una vicenda servendosi degli elementi noti, 3. Ricondurre un testo all’origine cercando di integrarne le lacune e di correggerne le alterazioni. Per il sostantivo ricostruzione il dizionario aggiunge: l’insieme delle iniziative economiche, politiche e sociali volte a riparare i danni causati da una guerra.

E tutto questo mi aspettavo che i cittadini aquilani potessero fare subito dopo i funerali delle 309 vittime del sisma, celebrati il Venerdì Santo dell’anno 2009. Ma le cose andarono diversamente.

La città fu svuotata, il centro diventò zona rossa, cioè impenetrabile, e non potei partecipare ai funerali delle vittime. Come tanti aquilani sfollata lungo la costa, fui scoraggiata dal tornare in città. Nella tarda primavera ed al principio dell’estate si incominciò a parlare, addirittura, del G8 da tenersi all’Aquila anziché in Sardegna, come stabilito prima del sisma. Una decisione sorprendente e spiazzante cui seguì un lungo periodo di preparativi per questo avvenimento che, totalmente estraneo alla tragedia immane che stavamo vivendo, distraeva risorse ed energie e ritardava l’inizio dei lavori di ricostruzione.

La necessità immediata di dare alloggio ai 50.000 cittadini rimasti privi di abitazione fu l’occasione per costruire in fretta e furia le così dette New Towns, aggregati di abitazioni sparsi come un anello tutt’intorno al territorio della città, prefabbricati accatastati su piastre di cemento ancorate a terra per mezzo di colonnine/palafitte, anch’esse di cemento. Le New Towns fornirono 4.500 alloggi (cito i numeri a memoria), ad esse si aggiunsero villaggi di casette di legno, ad esempio quello di Onna.

La realizzazione di queste case bastò per diffondere la notizia che la ricostruzione della città era compiuta perché tutti gli aquilani avevano un alloggio. Allora il tutto passò fra aspre polemiche e accese discussioni. Ancora sento come una ferita aperta le parole inutili, aspre e divisive di tifoserie esasperate in un momento in cui l’unità sarebbe stata necessaria.

Ma a che punto sta la vera ricostruzione del centro storico della città, ora, fine agosto 2016? Entrando dal casello autostradale de L’Aquila Ovest, percorrendo le vie di accesso alla città ampliate e migliorate dopo il sisma, si vede una selva di gru svettanti in alto a indicare cantieri all’opera.

Le palazzine più recenti della periferia sono state ristrutturate o abbattute e ricostruite, e si sono ripopolate. Ben diversa la situazione della parte più antica del centro, dove ancora si possono trovare cumuli di macerie abbandonate. Dopo il sisma di Amatrice, sento dire che il centro è di nuovo pericoloso. La scossa può aver danneggiato le tante, troppe messe in sicurezza ancora in piedi, pali di legno, intrecci di sbarre di ferro e legacci che tengono insieme colonne, fabbricati e antiche mura. Chiusi ancora alcuni vicoletti e piazzette laterali, solo da un paio di anni incominciamo a rivedere i fabbricati dell’asse centrale della città. Poco abitati o vuoti. Troppo a lungo sono stati lontani gli abitanti sradicati improvvisamente dalle loro case, numerosi cartelli affittasi/vendesi cercano nuovi proprietari. Inoltre la possibilità di vendere al comune la propria casa al valore ante sisma e di comprare altrove ha contribuito a svuotare il centro.

E’ bello vedere cartelli che indicano nuove attività in centro.  Cito con piacere un’insegna che ho visto proprio oggi su un palazzo restaurato lungo il corso stretto vicino alla Fontana Luminosa. Al primo piano quattro finestre riportano un nome ed un lavoro: Liutaio, Violin Maker. Bellissimo, auguriamoci che arrivino tanti altri artigiani/artisti come il liutaio.

Ho riportato i miei ricordi personali per esprimere profonda partecipazione al dolore per le perdite di vite umane ed anche qualche speranza per i terremotati di Amatrice e dintorni. Mi auguro che i politici tutti, centrali e locali, insieme ai cittadini si mettano d’accordo sui modi e i contenuti del processo di ricostruzione evitando divisioni e opposte tifoserie. Inoltre auspico che i politici non perdano tempo in pagliacciate inutili, non spendano soldi per un provvisorio/definitivo.

Soprattutto, vorrei che i soldi, sia quelli pubblici che quelli provenienti da donazioni private, siano spesi onestamente per riportare città e borghi alle strutture e forme originali, ovviamente nei limiti del possibile. Nel 2016 non si potrà più ricostruire in pietra e mattoni come fecero gli antichi, ma almeno si badi a non devastare con interventi discordanti la antica fisionomia dei centri abitati, di una bellezza discreta, armoniosamente inseriti nell’ambiente naturale.

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