Spagna e Italia, vincitori e vinti – di Carlo Di Stanislao

Ha vinto la squadra più forte e migliore e lo ha fatto imponendo il suo gioco ed il suo ritmo, con un risultato finale giusto e bruciante, che non lascia spazio né a repliche né a recriminazioni. Gli spagnoli hanno giocato un calcio fantastico, dominando in lungo e in largo, mentre noi siamo stati fermi, immobili, con mille problemi fisici ed una vistosa stanchezza a frenare ogni slancio. Le Furie rosse hanno fatto vedere il loro fraseggio migliore, colpi, triangoli, tiri: uno spettacolo. E invece noi, come ha ammesso amaro lo stesso Prandelli, “siamo arrivati cotti alla finale”. Ma la nostra, nel complesso, resta comunque una eccellente prova e arrivare secondi in un torneo in cui dovevamo essere eliminati ai quarti,  non è davvero troppo male. E poi, da appassionati, siamo stati in fondo felici di vedere, grazie alla Spagna, che comanda ancora il suo calcio masticato, ritmato, che sa mettere al bando muscoli e rigore tattico per esaltare invece il palleggio, gli incroci virtuosi e la capacità di fare gol,  pur senza schierare un centravanti di ruolo.

Gli spagnoli, davvero, hanno mostrato ieri a Kiev di essere i veri maestri di questo calcio,  nato nella cantera di Barcellona e trasferito in nazionale da Vincente Del Bosque, con un giusto dosaggio di Real Madrid e di Barça. Sicché noi ci possiamo considerare, se paragonati a loro, solo dei promettenti allievi, trascinati da un Ct in gamba. Un inchino e via, con il cuore gonfio di speranza per i mondiali, fra due anni.

La cosa che mi ha più stupido, però,  riguarda la fine della gara ed i distratti e freddi saluti fra i nostri atleti e Mario Monti, che secondo molti (e le regole della scaramanzia), non doveva volare a Kiev, ma restarsene a casa. Sì, perché il premier con questi Europei di calcio ha dimostrato assai meno dimestichezza di quella ostentata nei vertici politici. Fin da quando se n’era uscito con una frase che ogni politico navigato avrebbe evitato: “Il calcio dovrebbe fermarsi per tre anni”. Il ct Prandelli aveva risposto piccato: “Se il problema è la Nazionale, potremmo non andare agli Europei”. Così, mentre Napolitano inaugurava un percorso di amorosi sensi che con Buffon, che ha toccato vette da dolce stil novo (“è un gigante”, ha detto dell’inquilino del Quirinale il portiere azzurro, superando addirittura l’alato Vincenzo Caprara che lo ha definito “l’ultimo eroe omerico”), Monti non trovava di meglio che organizzare la conferenza stampa, dopo l’incontro con Hollande, durante la sfida dell’Italia contro la Croazia. Ovvio che di fronte a questi presupposti non fosse facile per Monti decidere di partecipare alla passerella di Kiev e agli atleti, peraltro sconfitti, mostrare entusiasmo nel loro saluto. Monti doveva forse restare a casa, trovando una plausibile scusa perché, nella migliore delle ipotesi, poteva passare, se avessimo vinto,  per chi sale al volo sul carro dei vincitori.

A queste perplessità si aggiungevano quelle diplomatiche. Il governo italiano non è stato l’unico a rompere l’”embargo” contro l’Ucraina per la finale. Il caso-Tymoshenko, con la leader dell’opposizione in galera dopo un processo che ha messo in sospeso i diritti umani, aveva tenuto lontani i politici per quasi tutto il torneo.

Poi lo spagnolo Rajoy (e prima ancora la Merkel, se la Germania avesse battuto l’Italia) hanno manifestato l’intenzione di andare a Kiev e Monti si è accodato.  Ieri era accompagnato dal ministro dello Sport Gnudi e si è accomodato tra il presidente della Figc Abete e quello della Uefa Platini, anche se non è riuscito a evitare le foto con il contestato leader ucraino Ianukovich. Come se non bastasse, a pochi metri c’era anche Lukashenko, presidente bielorusso definito dagli Usa “l’ultimo dittatore d’Europa”. Ma, almeno da questo punto di vista il premier un gol lo ha segnato: ha programmato un viaggio lampo senza incontri ufficiali e d’accordo con la diplomazia spagnola, annunciato ed inviato una lettera congiunta al governo ucraino o un rafforzamento dello stato di diritto, una soluzione positiva del caso Tymoshenko e auspicato un prossimo incontro dei propri ambasciatori con la leader dell’opposizione.

La sua giacca grigia fra tanti abiti blu, nell’area riservata alle autorità, spiccava per opacità e tristezza, come le sue parole, calme ed algidissime, a commento del risultato, neanche rianimate dal finale in cui ha detto  “ho visto un’Italia forte, coraggiosa e leale che ci ha reso orgogliosi. Mi ha commosso come quando da piccolo tifavo per il Milan di Gren, Nordhal e Liedholm”. Strano,  tre nomi stranieri per celebrare il calcio nostrano.

Ieri la figlia dell’ex primo ministro ucraino (condannata a sette anni di carcere per abuso di potere e in attesa di giudizio per malversazione ed evasione fiscale) ha detto “i politici devono mettere ulteriore pressione sul regime di Ianukovich”, e “sebbene Italia-Spagna sia solo sport, questa può essere una buona occasione”.

La lettera di Monti e di Rajoy ha l’indubbio merito di rilanciare il caso all’attenzione da tempo della comunità internazionale sulla vicenda della 51enne Giovanna d’Arco della rivoluzione arancione ed ex primo ministro della ex repubblica sovietica,  arrestata nell’aula del Parlamento nell’agosto dello scorso anno e condannata a sette anni per un presunto abuso d’ufficio in relazione a un contratto per la fornitura di gas dalla Russia e detenuta in carcere in condizioni che, per i maltrattamenti a cui sarebbe andata incontro, hanno sollevato la protesta di numerose Cancellerie internazionali.  E questa è una gran cosa.

Quanto a tutto il resto,  consigliamo a Monti di lasciar perdere il calcio, per dedicarsi a cose più serie e a lui indubbiamente più congeniali.

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