Siria, dopo la rivoluzione bisogna saper sopravvivere – di Giorgio Trombatore

Li ho conosciuti così per caso fuori dall’ufficio dell’alto commissariato delle nazioni unite ad Amman in Giordania. Io cercavo l’ufficio della Croce Rossa e loro discutevano sorseggiando un caffè e fumando sigarette in una stradina di Amman. Tutti rigorosamente giovanissimi, sono senza ombra di dubbio  lo zoccolo duro della rivoluzione siriana. Giovani studenti universitari ci hanno creduto sin da subito, sin dal lontano marzo 2011. Ed oggi ad un anno di distanza e con oltre 11,000 vittime sacrificate nella lotta, questi giovani  siriani scoprono che la vita in esilio non è cosa facile.

Alle necessità della rivoluzione bisogna aggiungere quelle della sopravvivenza. Pagare l’affitto, trovare il cibo, persino pagarsi le sigarette diventa un problema. Ma tutti hanno lo stampo del rivoluzionario, che si contraddistingue in ogni epoca ed in ogni movimento con l’entusiasmo nella lotta.

In questo mi trovano solidale, io che da decenni cavalco ogni sorta di avversità e di conflitto; oggi so riconoscere se dietro a dei discorsi c’è la voglia solo di far rumore oppure la spina dorsale per fare fronte con delle azioni ed il rischio della propria vita per tenere alti i propri principi, ed io sono stato sempre sensibile nei confronti dei militanti.

In prevalenza vengono da Damasco, “shams” come la chiamano loro, ma ce ne sono anche di Homs e Deraa. Hanno tutti partecipato a quei movimenti giovanili che nel marzo del 2011 hanno aderito alla rivoluzione postando sui social network le immagini della rivolta e delle dimostrazioni di massa. Non sapevano che di lì a poco i loro nomi sarebbero finiti nelle liste nere del regime. Fuggiti dalla Siria sono finiti come tanti nel centro di transito di Ar Ramtha in Giordania al confine con la Siria. 

Parlando con loro mi rendo conto che la situazione all’interno del Paese è critica. La risposta del regime è stata brutale. Chiunque è sospettato di essere un oppositore viene perseguito con ogni mezzo. Persino i feriti non vengono portati più negli ospedali perché la popolazione lo sa bene che una volta entrati non escono più, dato che le forze di sicurezza se li vengono a prendere persino in sala operatoria. Sembra fantasia, ma un dottore mi ha raccontato di essere stato testimone a Damasco di una scena simile presso un ospedale privato, in cui un ferito che i dottori stavano operando a torace aperto è stato prelevato dalle forze di sicurezza. Quando poi qualcuno finisce sotto l’interrogatorio degli uomini del regime, come spesso accade, non se ne sa più nulla.

La cosa che mi  affascina di più di questi giovani siriani è che sono puri nelle loro argomentazioni. Non hanno la sicurezza dei giovani di Tahrir al Cairo, ma parlano tutti con un ardore patriottico della loro terra. In ottantamila hanno passato il confine con la Giordania e si aiutano tra di loro per pagarsi gli affitti. Alcune organizzazioni operano nel facilitare questo processo pagando circa 140 dollari al mese per le spese di affitto, ma ovviamente non basta. Hanno paura  ed hanno scelto molti la Giordania perché è più sicura, certamente ben altra cosa del Libano dove gli uomini di Nasrallah vicino al regime siriano sono sempre in agguato.

Perché  di Hezbollah a sentire loro ce ne sono parecchi attivi in Siria e non solo, ma anche di pasdaran iraniani. I siriani mi raccontano di averne visti parecchi in giro nei pick-up dalla costituzione fisica e dalle barbe lunghe che tradiscono una provenienza non siriana. Sono dovuti crescere in fretta ed a vederli così che consumano una sigaretta dietro l’altra nei loro ritrovi ad Amman, a Mifrad al confine, si capisce la tensione che stanno vivendo.

Chi fugge fa di tutto per portare via l’intera famiglia per paura di una ritorsione del regime contro i famigliari. Ma le brutte notizie arrivano sempre soprattutto adesso che la rivolta si sta espandendo a macchia d’olio ed il governo si trova a doversi confrontare con una rivolta sempre più agguerrita e convinta di essere nel giusto.

Il mio interesse principale è quello di lavorare con le popolazioni più colpite dalla Guerra in Siria, ma questo è un compito molto difficile. La Siria non è la Libia dove i ribelli avevano liberato delle zone che controllavano permettendo così di avere dei cordoni umanitari. Chi vuole operare in Siria deve farlo illegalmente, a meno che non si faccia parte di quelle organizzazioni che già operavano prima del conflitto.

Mi ritrovo a discutere di strategie nei caffè di Amman accanto ad ignari e giovani giordani totalmente rilassati che si godono il loro cappuccino. Di fronte a me giovani che hanno abbandonato tutto e che fino a quando questo regime sarà in piedi possono dimenticarsi la Siria, perché  entrare vuol dire morire. Non rimane che pianificare le azioni, sempre con il timore di essere scoperti, di venire a sapere che quel tale è stato arrestato e quindi smantellare l’intera cellula vicina alla vittima per evitare di cadere nelle mani del regime.

Piano piano impari che i mezzi dell’uomo sono sempre gli stessi, e si usa ogni astuzia per portare aiuti, cibo, medicinali e per tirare fuori malati o ricercati del governo. In questa lotta giornaliera non c’è distinzione, bisogna fidarsi, bisogna tessere le trame che ti permettono di passare il posto di blocco, che ti permettono di comunicare con il mondo o con i tuoi cari.

In Giordania, mi dicono i siriani, sono attive anche molte organizzazioni islamiche che si attivano nel dare manforte alle famiglie che hanno appena passato il confine. Si tratta di aiuti diretti come soldi cash versati direttamente alle famiglie. Parlando con un rappresentante politico del movimento di opposizione  mi dice di essere preoccupato di vedere queste organizzazioni molto attive perché teme di vedere la Siria un domani controllata da forze radicali come è avvenuto in Egitto ed in Tunisia.

Rimango stupito nel vedere la risposta da parte dei siriani che si stanno organizzando un po’ ovunque nel Medio Oriente con idee audaci, come l’ospedale aperto a Taraboulous in Libano, dove hanno pensato bene di affittare l’intero edificio per curare tutti i rifugiati che riescono a passare il confine, oppure la solidarietà dimostrata in Giordania, dove piccole associazioni hanno fatto in modo che ad oggi degli oltre 80,000 che hanno varcato il confine solo poche centinaia siano nel campo di transito.

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