SIAMO TUTTI INDIANI D’AMERICA: il “razzismo al contrario” del sindaco di New York

Il buon sindaco De Blasio, per non restare tagliato fuori dal web, vorrebbe adesso sommessamente provare a far passare la metafora del "siamo tutti indiani d'America", ma non si azzarda ancora ad affermarlo esplicitamente…

In principio fu Kennedy a pronunciare nel 1963, davanti al muro di Berlino, la celebre frase “Sono un berlinese!”. Più recentemente il vento modaiolo del web ha voluto imitare, inflazionandola, quella espressione dell’animo, coniandone di simili ed avventurandosi, non senza qualche polemica, in frasi come “sono Charlie Hebdo”, “sono un parigino”, “siamo tutti francesi”, fino a qualche timido tentativo di affermare, da ultimo, dopo il recente attentato di Barcellona, “siamo tutti catalani”, tranne poi suscitare l’immediato intervento del Re Felipe VI di Spagna volto a precisare che, semmai, “siamo tutti spagnoli”….., mentre sui siti dell’Isis continuano a celebrarsi gli attentati terroristici volti, piuttosto, a convincerci che saremo, prima o poi, “tutti sudditi del califfato”.

Il buon sindaco De Blasio, per non restare tagliato fuori dal web, vorrebbe adesso sommessamente provare a far passare la metafora del “siamo tutti indiani d’America”, ma non si azzarda ancora ad affermarlo esplicitamente. Ha incominciato però a far di peggio: ha soppresso il Columbus Day, patrimonio della tradizione americana, ed ha ordinato l’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo. E così, invece di promuovere e sostenere iniziative che traggano definitivamente fuori dal ghetto della storia l’eroica popolazione degli indiani americani, prima decimati e poi emarginati per cinquecento anni dai suoi stessi antenati (metaforicamente – intendo – non quelli di Avellino), il buon De Blasio si cimenta nel riproporre, alla rovescia, gli stessi atti di guerra che nei secoli passati avevano attuato i bianchi quando occuparono i territori di quei nativi che essi stessi definirono “pellerossa”.

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Invece di proporre, ora, atti di pacificazione e di integrazione, il sindaco di New York mette in scena ulteriori atti di divisione, di separazione e di terrorismo psicologico che intaccano gli ideali stessi dei Padri fondatori del XVIII secolo, oltre che rinnegare il valore dell’impresa di Colombo, offendendone e denigrandone gli estimatori, che sono poi la stragrande maggioranza degli americani. Buona la sua idea di istituire una giornata per le popolazioni dei nativi, come atto di rispetto e di pace, ma lo fa promuovendone una in sostituzione di quella dedicata alle celebrazioni colombiane, insultandone il significato e sopprimendola senza esitazione; potrebbe dedicarsi alla inaugurazione di monumenti alla resistenza indigena o al valore dei capi indiani, il buon De Blasio; ed invece “dissotterra l’ascia di guerra” ed abbatte statue, simboli e tradizioni su cui gli States sono stati costruiti.

C’è solo da attendersi adesso, come ultimo atto, che i venti di guerra suscitati dal sindaco che amministra la città simbolo degli Stati Uniti, sfocino in una solenne dichiarazione che, a rinnegare discendenza e tradizioni di ogni americano non nativo, affermi e sancisca definitivamente quel “siamo tutti indiani d’America” rimasto finora pudicamente inespresso, mettendo così ipocritamente a posto la propria coscienza e, soprattutto, assolvendo ai suoi debiti morali nei confronti del web.

Verrebbe da dire a questo punto, ma senza alcun intento offensivo nei confronti degli indiani, “ciascun americano, adesso, si scelga ideologicamente la propria tribù di appartenenza!”.

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