Se i partiti sbagliano e noi li lasciamo sbagliare – di Giuseppe Sgubbi

Criticare il comportamento dei  politici italiani è fin troppo facile.  Eliminato con un referendum il finanziamento pubblico ai partiti,  questi sono riusciti ad intascarne il triplo. Facendo aumentare in un modo spropositato  il numero dei  dipendenti  pubblici,  in particolare impiegati,  si sono creati  un popolo di  fidi “elettori” , che a loro volta hanno creato una paralizzante burocrazia che “disarma” il volenteroso.

Hanno più volte promesso di ridurre il numero dei parlamentari,  delle province,  degli enti inutili, ma la decisione viene continuamente rimandata . Aver trovato  un politico con le mani “nella marmellata”,  non fa più notizia, fa più notizia non averlo trovato.  Molto ci sarebbe da dire al riguardo del come i partiti si  comportano quando hanno qualcosa da dirci,  essendo   autoconvinti  di essere gli unici depositari  del “sapere”: il loro non è un parlare, ma un “pontificare”, infatti  ritengono di essere gli unici in grado di “salire in cattedra”.        

Si pensi alla occupazione partitocratica del territorio e delle istituzioni,  ogni angolo dell’Italia, comuni,  province e regioni,  è diventato  loro “feudo”.   Ma chi ha dato loro tale investitura ? Siamo di nuovo precipitati nel Medioevo?

Non parliamo poi di tutti i privilegi della cosiddetta “casta”,  stipendi, pensioni, auto blu,  ecc. Alcuni  di loro, le classiche mosche  bianche,  dicono  “siamo   onesti”, “non abbiamo colpe”, “siamo tranquilli”,  ma cosa fanno per cambiare? Meno di niente.  Se veramente  fossero “nauseati” abbandonerebbero   tutte le cariche politiche, e denuncerebbero  il comportamento dei loro colleghi.  Ma perché non lo fanno? La ragione è una sola, dove troverebbero un identico lavoro?  Non hanno tutti i torti, hanno fatto tanto per arrivarci,  perciò non vedono la ragione di sollevare il loro sedere dalla poltrona.

Ma come si comportano i partiti  al seguito delle nostre giuste critiche, che prossimamente potrebbero diventare giusti  insulti? Logica vorrebbe  che rendendosi  contro  della situazione in cui si trovano,  decidessero di fare una  “inversione di rotta”; ma neanche per sogno, a parte una ventilata e sempre rimandata “rottamazione”,  non sono andati oltre.  Anzi cercano di  addebitare  a noi cittadini le maggior colpe di questa “deriva partitocratica”, infatti ci accusano di poco senso civico, di scarso attaccamento alle istituzioni,  qualunquisti, antipolitici, ecc.

Alcuni anni fa,   fu fatta una inchiesta-sondaggio per conoscere il grado di conoscenza  che gli elettori  avevano  al riguardo dei programmi  dei vari partiti.  Scopo, constatare se gli elettori  erano a conoscenza del reale comportamento dei partiti, in particolare,  se quello che avevano promesso,  fosse  o non fosse stato  successivamente  mantenuto.   Solo una piccolissima parte di loro ha dato risposte  qualificate.

Ci rendiamo conto  delle conseguenze che si creano  a causa di questa scarsissima conoscenza  politica? I politici hanno fatto ben poco per combattere questa nostra poca  informazione,  anzi si potrebbe dire che  loro sono gli artefici, infatti, quando  descrivono le loro scelte, parlano in politichese, usano parole a doppio o a triplo senso,  difficilmente comprensibili anche ai commentatori politici. Non dimentichiamoci  che i    legislatori hanno la necessità di conoscere esattamente ciò che gli elettori chiedono,  diversamente non si vede come sia possibile  andare incontro alle loro esigenze.

E allora che fare?  Ricordo molti anni fa, ancora giovanissimo, pur essendomi appena  affacciato alla politica, mi resi conto dell’esistenza del problema appena accennato, ebbene, seppur provocatoriamente  proposi  “la patente a chi vota”;  in parole povere, chi non era  interessato  ad una seppur minima  conoscenza  delle  proposte e del comportamento  dei vari partiti, non poteva votare.  

Tocchiamo un altro tasto non meno delicato.  Sarebbe idealmente necessario che dando il voto ad un partito, ognuno di noi potesse  pronunciarsi  anche  sul loro comportamento, cioè poter dire: mi sei piaciuto, oppure mi hai deluso. Purtroppo  il voto non permette la possibilità di spedire “messaggi”di tal genere, infatti  il voto ad un partito è solo, e niente altro, che un “consenso” e come tale ovviamente viene inteso.

Quando dopo una tornata elettorale,  i partiti si apprestano a  commentare i voti ricevuti, danno ad un  aumento dei voti un ben preciso significato:  che  i loro programmi , che  le loro battaglie,  che i loro comportamenti ,  sono piaciuti, conseguentemente  ritengono  doveroso  continuare sulla  strada intrapresa.  Qui la contraddizione è evidente,   dare un voto ad un partito  è un consenso, come dire “continua così”, perciò non possiamo dire a loro “avanti tutta”  e contemporaneamente   pretendere  un cambiamento.  Ed infatti,  anche perché a loro non conviene, i partiti non cambiano. I partiti hanno molte cose da rivedere, ma qualcosa dobbiamo rivederlo anche noi.

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