Santo Domingo, ogni maledetta dominicana – di Lorenzo Mariucci

Nonostante il titolo evocativo, questa non è la recensione di un film sportivo sulle tribolazioni di una squadra di baseball di Santo Domingo. Al contrario, qui si parlerà di donne dominicane  senza troppi giri di parole, col fine di  tracciare un parallelo sulla piega che stanno prendendo le relazioni uomo-donna nel Nord del mondo. 

Ma non aspettatevi un’apologia della prostituzione  caraibica, né tantomeno una demonizzazione della medesima. Non si può difatti connotare il fenomeno in quanto nelle Grandi Antille è impossibile fare una separazione concettuale fra ragazze da marciapiede e ragazze di vita quali studentesse, cameriere, parrucchiere, commesse, bariste. In Repubblica Dominicana ci sono infinite sfumature e situazioni intermedie che obbligano a mettere da parte approcci manichei e pipponi veterotestamentari. Mezza isola di Hispaniola è infatti un potenziale bordello diffuso che però non risponde solo a leggi mercantili di domanda e offerta, ma pure a istintive regole dell’attrazione: per un uomo bianco, magari giovane e piacente, camminare lungo i corridoi di un supermercato dominicano equivale a essere obiettivo bellico di decine sguardi esplosivi, ben lungi dall’abbassarsi per primi. Insomma, una vittoria gratificante per il narcisismo del maschio caucasico, il quale esercita un fascino che per certi versi trascende il portafoglio:  nonostante sia un popolo concepito dal geniale incrociarsi di molteplici etnie, avverto nelle gente dominicana la stessa sudditanza religiosa che attraeva le popolazioni amerindie verso i feroci conquistadores spagnoli. Certo, l’uomo bianco qui equivale innanzitutto a “dollari che camminano”, ma un blanquito lindo y flaco provoca una forte attrazione sulle giovani locali. Una fascinazione non solo economica, ma anche estetica ed esotica, fra l’altro suffragata dal paradossale razzismo inter pares che anima molti mulatti dominicani: non vedono di buon occhio la marcata pigmentazione dei vicini haitiani, 100% afro-americani. Tant’è che a me, blanquito italiano, i dominicani poco scolarizzati si appellano con un gentile “señor”, mentre immigrato haitiano viene sbrigativamente chiamato “negro”.

Ora non vorrei che tutti i lettori maschi, appena terminato il precedente paragrafo, abbiano già prenotato un biglietto di sola andata per Punta Cana o giù di lì.  L’amore in Repubblica Dominicana ha sempre un prezzo. Ma andiamo con ordine.

Solo su queste latitudini un maschio straniero viene bonariamente rimproverato da una donna in quanto ragazzo facile. Il perché è presto detto. Appena arrivati, si noterà ben presto di rivestire un ruolo messianico, una sensazione godibile nelle pasticcerie e nei supermercati, nelle strade polverose e nelle spiagge coralline, nelle discoteche all’aperto e in quelle clandestine (va beh, ci mancherebbe). E è  necessario mantenere il sangue freddo in questi fatidici momenti, quando cioè si è stregati da seducenti canti di sirene color caramello; è piuttosto facile entrare in confusione (demenza libidinica) e si rischia di andare in tilt come un giocatore d’azzardo in mezzo a mille slot machine. A prescindere dall’età, le donne dominicane si prodigheranno in atteggiamenti smorfiosetti e finto-ingenui, in primis coi bianchi giovani e bellocci, i quali vivranno una sorta di seconda adolescenza in mezzo a tante lusinghe.

Andare in un baretto per bersi un centrifugato di frutta tropicale è l’occasione per cominciare la giornata alla grande, innanzitutto per l’accoglienza, sempre celebrata dalle cameriere con un sorridente “hola, mi amor”. L’intercalare “mi amor” è piuttosto frequente ai Caraibi e corrisponde indistintamente a signore, amico, ragazzo…nonostante ciò, il semplice ascolto di quelle poche sillabe rinfranca da un intera annata di delusioni. Il meglio viene comunque dopo. Nel locale può capitare di essere adocchiati e invitati da una ragazza a condividere il suo tavolo e  in principio non si capisce mai quale sfumatura ella rappresenti nella spessissima linea rossa che separa la prostituzione tout court da tutto il resto. Forse sono ragazze che vogliono arrotondare lo stipendio con massaggi più o meno innocenti; forse sono curiose; forse vogliono vivere l’esperienza all-inclusive di frequentare un bianco; forse sentono il bisogno di scambiare quattro chiacchiere con un nuovo amico dalle differenti prospettive; forse desiderano fidanzarsi per sistemarsi a vita o per qualche settimana; forse sognano un bebè con gli occhi chiari; forse godono di accordi commerciali coi baristi locali e si beccano discrete commissioni per ogni  bevanda consumata in compagnia del pollo di turno; forse molto più prosaicamente cercano un cliente all’infuori dei circuiti delle casas de citas (lett. case d’appuntamento) e dei flussi dei russi vecchi, panzoni e cafoni. A prescindere dalla loro reale motivazione, le ragazze dominicane sono bravissime a mettere a loro agio i più timidi, addirittura facendoli sentire popolari manco fossero calciatori di Serie A.

La bellezza afroantillana si declina in molteplici sfaccettature cromatiche e morfologiche adatte a tutti i gusti: ci sono le  flacas (snelle e sinuose), le llenas (letteralmente piene, quindi molto formose) e le gorditas (cicciottelle). Non c’è altro da aggiungere, vi trovate di fronte a tutto fuorché a donnine: le conversazioni sono brillanti e per i veri viaggiatori le ragazze rappresentano un prezioso bollettino vivente per tastare il polso della società dominicana. Che chiacchierate! Che Vita Elegante! Al prezzo di un caffè si può ottenere il miglior materiale per un gustoso trattato antropologico sull’intera isola. E le ragazze parlano bene pure senza aprire bocca, piuttosto sarete voi a rimanere a bocca aperta: basta un sottofondo musicale al ritmo indiavolato di raggaeton o denbow e vi improvviseranno uno di quei balletti dove ogni movimento è pura imitazione di un atto sessuale. Chi pensa che una volta trasferito in Repubblica Dominicana sentirà la mancanza degli amici, si sbaglia di grosso. Al contrario, qua i livelli di socialità e condivisione sono alle stelle. Insomma, si fa amicizia subito, ma alla maniera di Gesù, cioè soprattutto con peccatori e prostitute.

In Repubblica Dominicana è possibile fidanzarsi immediatamente, schioccando le dita. Ma qui scattano i guai. Magari piacete alle ragazze, e pure tanto, ma inevitabilmente – chi più, chi meno – vi tratteranno come un bancomat.

È vero, un appuntamento si strappa senza problemi, ma c’è il rischio concreto che la serata possa essere una lungo viaggio di mortificazione per le vostre tasche. Funziona così: in base al feedback di sguardi scegliete la vostra nuova amica fra uno stuolo di cameriere, cassiere, parrucchiere, ecc.. Senza dubbio il loro spirito volitivo vi trasporterà in un gorgo di nottate leggendarie all’insegna di bachata, merengue, qualche beverone a base di ron, discoteche all’aperto, corse in motoconcho (i taxi su due ruote dell’isola) e chi più ne ha, più ne metta! Tutte le sere, tutto rigorosamente pagato da voi! Ovviamente più sganciate, più le ragazze si sentiranno motivate a chiedervi di più: qualche cadeaux, empanadas a gogo, cene luculliane, birre appena assaggiate e lasciate sul bicchiere, vestiti, bigiotteria e magari qualche ora al salone di bellezza. E in posti turistici come Bavaro o Boca Chica tutto diventa una corsa a chi ce l’ha più grosso – il portafoglio – per pavoneggiarsi con le amiche/fidanzate e sperperare pesos per mance, paccottiglia, tragos de ron. Ecco, è sempre così, le ragazze dominicane in un modo o nell’altro sono macchine mangia-soldi, perlopiù in buona fede; le più audaci trovano poi il verso di trasferirsi permanentemente a casa vostra (talvolta con il loro bambino) e magari coronare il loro sogno di emancipazione sociale: sposarsi con un bancomat caucasico, magari belloccio. Ad ogni modo c’è da ammettere che naufragar è dolce in questo mare di lusinghe e moine, un ritorno a piedi uniti nel candore adolescenziale che è perfetto soprattutto per chi detesta lo squallore della prostituzione tout court. Anche in quest’ultimo caso è tuttavia sufficiente essere piacenti e brillanti in spagnolo per frequentare le casas de citas senza spendere quello che sborsa un brutto cafone russo o un buzzurro italiano panzone. Altro trucco per chi è solito adottare questa extrema ratio: in genere professioniste e semi-professioniste puntano ad avere più clienti in una nottata, pertanto se qualcuno prima di mezzanotte volesse un “servizio a domicilio” fino al mattino seguente, sarà costretto a scialacquare cifre da capogiro. Verso le 2/3 del mattino le tariffe si cominciano ad abbassare decisamente.

Ma cosa spinge le dominicane (e pure le immigrate haitiane) a esasperati atteggiamenti adulatori e alla ricerca spasmodica di denaro, amicizie generose, vitto e alloggio garantiti? La fame? Spesso non la loro. C’è una sottile linea rossa che unisce tutte le ragazze, anzi, una sottile linea blu, quella dei test di gravidanza. Si, perchè – partendo dalla working class femminile  e arrivando via via al mondo della prostituzione tout court – tutte le ragazze fra i 15 e i 24 anni hanno un figlio, quasi fosse un marchio di fabbrica dell’essenza sottoproletaria afroantillana, una tipicità riscontrabile anche fra i campesinos dell’interior centromaricano o nelle baraccopoli brasiliane. Sembra un fenomeno demografico che va di pari passo con la povertà, tant’è che dalle mie curiose conversazioni risulta che nella vicina Haiti, una delle più malmesse economie mondiali,  ci siano percentuali bulgare di maternità under-18.

Da occidentale guardingo non riesco a entrare nell’ottica di questa mentalità totalmente priva di una cultura anticoncezionale, ma bensì pregna di incondizionato fatalismo riproduttivo. Ormai sono rassegnato e non mi stupisco più quando quasi ogni dominicana, orgogliosissima, mi mostra una foto del proprio bimbo e poi, per non mortificare la mammina, sono costretto a commentare con parole sdolcinate  e entusiastiche qualsiasi immagine.

Parlare di gravidanze indesiderate è comunque una bestemmia semantica, in quanto in queste latitudini è assente tutto quell’apparato di paranoie, calcoli e rimorsi a posteriori che corredano le gioventù dei paesi industrializzati. Qui si risponde alla natura e chi si è visto, si è visto; sembra un passaggio obbligato della crescita concepire un figlio a prescindere dalle reali possibilità di mantenerlo. Addirittura un ragazzo di Haiti mi ha confidato, forse esagerando, che le ragazze locali ventenni senza figli sono sterili. Bah!

Le conseguenze di questo spensierato vitalismo sessuale sono intuibili: le ragazze dominicane sono perlopiù obbligate a trasferirsi in zone turistiche e danarose come Punta Cana per cercare fortuna, gloria e magari un fidanzamento internazionale. La finalità è mantenere se stessa, il figlio e la propria madre. Si, avete letto bene, pure la madre della ragazza, in quanto  prenderà in affido il bimbo fungendo da mamma/nonna. In questi casi si verifica un caso transgenerazionale di eterno ritorno all’uguale: le ragazze sono solite lasciare il  figlio a Santo Domingo sotto la tutela della propria madre, la quale forse venti anni prima era andata a sua volta altrove per cercare forme di sostentamento, magari attraverso mansioni umili o praticando il lavoro più antico del mondo. Per la quadratura del cerchio manca il quarto elemento, ossia il padre naturale, il quale di rado si occupa direttamente del proprio pargolo se non viene concepito all’interno di un contesto matrimoniale. Per quanto ne so, molte ragazze-madri locali non vogliono che il loro giovane partner maschile si trovi più fra i piedi una volta esaurito il suo ruolo biologico (un atteggiamento riscontrabile in quasi tutte le specie mammifere); al massimo gli concedono – se e quando possibile – di inviare dei soldi la cui reale provenienza non è data a sapersi.

Concludendo, tutto l’ambiente dominicano è bello caliente, forse per osmosi  con le situazioni descritte nei precedenti paragrafi. Pure la middle class dominicana, scolarizzata e senza figli precoci a carico, è socievole e contribuisce al rilascio di  vibrazioni positive ben assorbite dalla fiumana di stranieri trapiantati nell’isola. Non vi stupite pertanto di vedere attempate signore occidentali a passeggio con aitanti ragazzoni mulatti e morenos. Costoro sono i sanqui panqui, tutt’altro che  meri gigolò; piuttosto si possono definire amanti a tempo indeterminato, ma questa è un’altra storia… (fruttopia.com)

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