Sanremo, addio alla tradizione – di Franco Esposito

Scena muta al Tg1. La prima canzone di Celentano al Festival imminente è un’intervista senza parole. Domande e battute, l’impegno e le capacità professionali di Vincenzo Mollica, il giornalista intervistatore, uno dei migliori, raccolgono solo i silenzi impenetrabili del Molleggiato. Provocazione o avvertimento? La scelta di Celentano sembra finalizzata alla voglia di sorprendere e stupire sul palcoscenico del teatro Ariston. Dobbiamo aspettarci di tutto.

E la certezza di interventi dai contenuti imprevedibili, nuovi e interessanti, sparge sale e pepe sull’attesa del Festival di Sanremo. In Rai emergono schizzi di preoccupazione, magari forse anche ingiustificati, chissà. “Adriano sorprende sempre. A Sanremo, vedrete, stupirà tutti, me per primo”, smorza Gianni Morandi, confermato nel ruolo di presentatore, alla seconda conduzione
personale consecutiva della mitica giostra della canzone italiana. “La Rai si fidi di Celentano”. Si fidi e lo paghi profumatamente. “Giusto così, quei soldi Adriano li vale tutti”, parola di Al Bano, quattordici partecipazioni al Festival di Sanremo, quest’anno non presente all’Ariston, comunque un innamorato convinto e sempiterno della competizione canora che inchioda puntualmente davanti alla Tv gli italiani, e sono tanti, che non riescono a rinunciare all’annuale appuntamento con la tradizione. Anzi di più: il Festival della canzone è parte della storia del Paese e del nostro costume. “È nel dna degli italiani, come il calcio. Sanremo è il padre e la madre di tutti i festival del mondo”, vale a mo’ di dichiarazione d’amore, anche questa firmata Al Bano, solo infastidito e niente di più dalle acide critiche di quelli che ritengono il Festival un fatto ormai superato, non più in linea con i tempi e con le nuove crescenti esigenze di un Paese, il nostro, in palese  preoccupante apnea. “Non ce la faranno ad ucciderlo”.

A proposito di amore, quest’anno il Festival parlerà meno di amore e di cuore, rinunciando, per libera scelta, a testi tradizionali. Parole e opere degli autori si propongono di tenere la banalità fuori del Teatro Ariston: privilegiate le storie di vita, canzoni talvolta ispirate da episodi di cronaca. Tematiche non facili, tentativi di raccontare cose inedite, parole mai ascoltate al Festival di Sanremo. Il rischio conseguente sembra palese, in vista del primo attacco dell’orchestra: potrebbe prevalere alla fine il disagio di ritrovarsi a discutere di testi impregnati di ermetismi. Sotto questo aspetto, incuriosisce la canzone affidata a Emanuela Trane, 34 anni, in arte Dolcenera. “Ci vediamo a casa” è un testo che fa già discutere: “La chiamano realtà questa confusione di dubbie opportunità, questa specie di libertà, grande cattedrale che non vale un monolocale. Qualunque cosa accada noi ci vediamo a casa”. Tutto chiaro? Proprio no: il difficile è parente prossimo dell’ermetismo. Canzoni che inducono al ragionamento e alla riflessione. Testi talvolta complicati, rappresentativi di una voglia di svolta. Faranno fatica a riconoscere il “loro” Festival di Sanremo i nostri connazionali lontani da anni dall’Italia. Il linguaggio di Samuele Bersani, uno dei più accreditati alla vigilia, può risultare involuto e non esattamente digeribile per i corretti interpreti della tradizione e del bel verso. “Un pallone” racconta che “ci vuole molto coraggio a rotolare giù in un contesto vigliacco che non si muove più e a mantenere la calma adesso per non sentirsi un pallone perso”.

Sul palcoscenico dell’Ariston si esibiranno quattordici big. L’anno scorso trionfò Roberto Vecchioni. La canzone di Lucio Dalla e Pierdavide Carone propone una storia cruda piena di realismo. Versi efficaci che raccontano di una prostituita, Nani, e della realizzazione di un rapporto sessuale mercenario “Piove ma non ti puoi riparare c’è un camionista da accontentare. Nani, prima e dopo, tanti come me a cercare il mondo che non c’è”. Stupisce Eugenio Finardi, cantautore e musicista di ottimo livello, con la canzone “E tu lo chiami Dio”, e un testo di non facile  assorbimento. “Mi rendo conto di avere perso la metà del tempo e quello che mi resta è di trovare un senso”. Testi nuovi, difficili, esigenti. Puntano sul sentimento nazionalpopolare gli inossidabili Matia Bazar (”Sei geniale nel fare del male”) e Renga con “La tua bellezza”. Espressione enigmatica di rock, Merlene Kunz con “Canzone per un figlio”. Gigi D’Alessio e Loredana Bertè restano in mezzo al guado. “Respirare” è un miscuglio tradizione e innovazione. Calamita di grandi curiosità è un personaggio che intende realizzare a Sanremo uno strepitoso salto di qualità: Irene Fornaciari, la figlia del mitico Zucchero. Davide Van De Sfroos ha scritto per lei “Grande mistero”. Un brano sui misteri della natura: il volo degli uccelli, un gatto nero che sonnecchia sul frigo, il vento, la pioggia, raggi di sole. Una delle migliori canzoni del Festival, al primo ascolto. Ma soprattutto un testo chiaro, originale, comprensibile. L’eccezione che dovrebbe essere una regola al Festival della canzone italiana.

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