Riforma del lavoro, con o senza sindacati – di Carlo Di Stanislao

Italia, con Belgio, Bulgaria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Francia, Ungheria, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito, promossi con riserva ed altri (Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Olanda, Polonia e Slovacchia), decisamente bocciati.

Questo in sintesi il rapporto della Commissione Europea sugli squilibri macroeconomici in cui si legge, fra l’altro, che vi è, in Europa, entusiasmo soprattutto per noi e gli iberici. Il rapporto non ha invece preso in considerazione la situazione di Grecia, Irlanda, Portogallo e Romania, dal momento che questi Paesi sono destinatari dei programmi di assistenza finanziaria dell’Ue e dell’Fmi e dunque già soggetti ad "una rafforzata sorveglianza macroeconomica".

Nelle stesse ore in cui il commissario per gli Affari europei Olli Rehn sottolinea che Italia e Spagna “stanno agendo con determinazione”, lo stesso rapporto, come ha fatto anche Moby, rileva come, in Italia, dall’inizio della metà degli anni ’90 “si è verificato un significativo deterioramento della competitività dimostrata anche dalle persistenti perdite di quote di mercato”.

A preoccupare l’Ue ci sono anche "squilibri sia esterni che interni", con  "un alto livello di debito pubblico e una continua perdita di quote di mercato nelle esportazioni in corso da lungo tempo" e la bilancia delle partite correnti che “e’ passata da un surplus del 2% a un deficit del 3,5% nel 2010".

Tutte cose su cui il governo sta lavorando, ma occorre fare presto.

Mario Monti vuole fare presto soprattutto sulla riforma del lavoro.  E si capisce perché: si tratta di aggredire i due problemi chiave, la disoccupazione giovanile e la liberalizzazione del mercato, prima che le polemiche insabbino l’azione del governo.

Ma fanno ostruzione i sindacati, soprattutto la CGIL e sono in ambascia quelli del Pd, che non sanno più come fronteggiare la pressione critica che giunge da Sel, Idv e area comunista.

Il ruolo di mediatore, in questa situazione, spetterebbe soprattutto al terzo polo: ma Udc, Fli e Api, che pure lavorano per una riforma del lavoro condivisa, pagano anch’essi la crisi della politica e scontano la storica diffidenza di Pdl e Pd.

ll Governo preme perché l’accordo venga raggiunto nel più breve tempo possibile, per attuare la riforma del lavoro tramite decreto legislativo, quindi con delega dal Parlamento, piuttosto che arrivare a dover definire un disegno di legge che prevede tempi più lunghi.

Il più grande scoglio sembra essere rappresentato, ancora una volta, dall’articolo 18, sul quale ora più reticente è la Cgil di Susanna Camusso che si oppone con forza non solo all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma anche ad una sua ipotetica modifica.

Più aperta invece la posizione di Raffaele Bonanni (Cisl) e di Luigi Angeletti (Uil), che ha anticipato: “stiamo preparando delle proposte per le modalità d’ingresso nel mondo del lavoro e il sistema di protezione delle persone che lo perdono”.

Intanto, mentre il leader della Fiom Maurizio Landini ha proposto uno sciopero generale dei metalmeccanici il 9 marzo, la Fornero e Monti non se la sentono di dilatare i tempi con discussioni infinite.

Anche Napolitano preme perché la riforma del lavoro venga portata a termine in tempi rapidi,  sottolineando la “necessità di un accordo valido tra le parti sociali, in particolare i sindacati, e il governo”, ma ribadisce allo stesso tempo che è “fondamentale concepire anche la riforma del mercato del lavoro in funzione di un accrescimento della produttività che, purtroppo, in Italia è stata stagnante da molti anni”.  Comunque Monti, nella sua intervista alla Cnn durante il viaggio in USA, è stato molto chiaro: “Intendiamo portare a termine, speriamo con il sostegno delle forze sociali, la riforma entro marzo” per rendere più “flessibile” il mercato del lavoro, per cui, come ha detto anche la Fornero, entro un mese o poco più  il lavoro sarà riformato, con o senza i sindacati.

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