Renzi spacca il Pd, rottura totale con l’opposizione dem

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Matteo Renzi pone sull’Italicum qualcosa di piu’ di una fiducia politica personale: decretando il no a ”ritocchi e ricatti” sulla riforma elettorale, ha l’ambizione di disegnare una nuova sinistra, un ”modello che fa breccia” anche in Europa. Tanto piu’ dopo l’insuccesso della formula socialista di Hollande. E dice chiaro che non intende lasciare alla minoranza del Pd il monopolio del progressismo che invece va declinato in modo nuovo. Rottura totale dunque con l’opposizione dem che lo accusa di aver concepito una sorta di presidenzialismo di fatto.  

Ma il segretario-premier ha buon gioco nel ricordare che non sono bastati quattro governi e tre legislature per modificare una legge, il Porcellum, che pure tutti volevano mandare in pensione e che sull’Italicum, dopo mesi di mediazioni, il governo (e naturalmente la sua segreteria) si giocano la faccia, anche in sede internazionale.

La minoranza dem ancora una volta non e’ riuscita a contrapporre al Rottamatore una linea unitaria: questo e’ il suo vero punto debole. Il bersaniano Alfredo D’Attorre parla di un ricatto del premier al Parlamento e avanza esplicitamente il sospetto che il suo disegno sia quello di portare il Paese alle urne dopo un eventuale affossamento della legge elettorale: per impadronirsi definitivamente del partito, e’ il sottinteso, escludendo dalle liste i suoi avversari. Un po’ il refrain che anche i fittiani rivolgono a Berlusconi.

L’interrogativo e’ tuttavia se alla dichiarazione di guerra seguiranno davvero i voti contrari alla Camera. I bersaniani infatti non sono molti; la componente di minoranza piu’ forte e’ Area riformista che fa capo al capogruppo Roberto Speranza: il quale ha invitato ad un estrema mediazione, mettendo ”a disposizione” la sua stessa carica. Ma senza bruciarsi i ponti alle spalle. Speranza avverte che il Pd rischia una spaccatura traumatica e che sarebbe piu’ forte se si realizzassero alcuni ritocchi all’Italicum, cogliendo l’invito di Gianni Cuperlo a Renzi di fidarsi (sebbene il premier abbia parlato senza peli sulla lingua del pericolo di agguati al Senato ed abbia escluso il voto segreto).

Ma che cosa fara’ Area riformista dopo il voto della Direzione? La settimana scorsa Speranza aveva ammesso che la riforma elettorale non e’ un tema di coscienza ma politico e che dunque i gruppi devono rispettare la decisione della Direzione, qualunque essa sia. Si vedra’ quali saranno alla Camera i contraccolpi dell’accelerazione renziana ma un fatto e’ certo: la sinistra interna e’ chiusa all’angolo, ha il dilemma se piegare la testa o minacciare la scissione. Senza molte prospettive, pero’, visto che il Rottamatore ha gia’ liquidato Landini e Salvini come soprammobili da talk show e Grillo come uno spauracchio ormai trasformato in sciacallo. Segno che ha deciso di spingere a tutta forza sulle riforme, nella convinzione che i numeri dell’ economia e l’appoggio delle cancellerie internazionali gli consentiranno ben presto di rivoluzionare lo scenario italiano.

Questa partita senza esclusione di colpi pone grandi problemi ai centristi e a Berlusconi. I primi, impegnati nel laboratorio di Area popolare (Ncd-Udc), sedendo al governo non possono certo allinearsi alle critiche feroci del centrodestra. In vista delle regionali questo e’ un solco difficile da colmare (basti pensare alla crociata di Corrado Passera contro il ”partito unico renziano” e le sue pulsioni presidenzialistiche).

Forza Italia poi appare un partito balcanizzato. Una nota ufficiale ha dovuto smentire la tentazione del Cavaliere di abbandonarla per una lista Forza Silvio, ma certo l’anziano leader non sembra piu’ in grado di pacificare le troppe fazioni interne. Non c’e’ solo da sanare la ferita di Fitto, ma da porre in campo una strategia coerente che riunisca l’ala che tifa per un accordo con Salvini e quella che invece preferisce guardare al centro e non esclude di correre da sola contro la destra, sull’esempio dell’Ump di Sarkozy. Berlusconi potrebbe essere tentato perfino di non fare nessun accordo con la Lega, nemmeno in Veneto, e partire dalla (quasi certa) sconfitta per rifondare la sua creatura. Ma e’ un’ipotesi lontana: l’Italia non e’ la Francia. 

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