Renzi, l’Europa e Silvio Berlusconi: la sfida di Matteo

The head of the leftist Democratic Party, Matteo Renzi speaks to reporters at Quirinale Palace in Rome on February 17, 2014, after being nominated Italy's youngest-ever prime minister by the President. Renzi outlined an ambitious plan for reform on February 17 just after receiving the nomination to be the country's new prime minister, promising to apply all his "energy, enthusiasm and commitment". Renzi said he would begin coalition talks on Tuesday and vowed to act quickly to reform the constitution, the labour market, education and the tax system. AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE

La polemica a distanza con la Bce, che rimprovera all’Italia di non aver fatto nessun progresso nella riduzione del deficit, dimostra che Matteo Renzi ha deciso di portare la sua offensiva anche sul fronte di Bruxelles. Come? Semplicemente con un rapporto di reciprocita’. Il governo rispettera’ gli impegni ma anche l’Europa deve cambiare, spiega il Rottamatore sul filo di un pensiero peraltro condiviso dalle massime cariche dello Stato. Come ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini, a Bruxelles serve una svolta perche’ la politica dell’austerita’ ad ogni costo non regge piu’. Il premier, insomma, non si lascia intimidire dalla sortita dei banchieri europei che, all’indomani della presentazione del suo programma, hanno implicitamente invitato il governo italiano a non toccare i decimali sotto il 3 per cento del Pil che invece dovrebbero contribuire alla manovra; addirittura sembrano suggerire nuovi sacrifici per toccare quota 2 per cento.

Nel fine settimana il premier-segretario incontrera’ in successione Francois Hollande ed Angela Merkel: saranno questi i due colloqui decisivi per capire se l’Europa approva davvero la svolta renziana. All’appuntamento, il Rottamatore si presenta forte di una convinzione: l’Unione europea ha piu’ bisogno dell’ Italia di quanto l’Italia abbia bisogno dell’Unione europea. Cio’ naturalmente non significa aprire uno scontro preventivo, ma chiedere almeno parita’ di trattamento grazie al cammino di riforme appena impostato e all’imminente semestre di presidenza italiana che un peso lo ha sul tavolo del negoziato.

L’arma preferita di Renzi resta quel ”mettere la faccia” su tutto cio’ che fa: cosi’, per garantire che il 27 maggio i lavoratori che guadagnano meno di 1.500 euro al mese avranno il loro aumento in busta paga, il premier autorizza a chiamarlo ”buffone” se cio’ non accadra’. Ammette esplicitamente che c’e’ del markenting nelle sue dichiarazioni, ma del resto e’ qualcosa a cui il Paese e’ abituato dopo il ventennio berlusconiano. L’obiettivo di Renzi e’ quello di giungere alle elezioni europee con qualche risultato tangibile. Si tratta infatti del suo primo test elettorale e sarebbe imbarazzante perderlo contro gli euroscettici. Il grillino Luigi Di Maio, infatti, fa sapere di essere in possesso di sondaggi che farebbero del Movimento 5 Stelle il primo partito italiano. Per bloccare questo trend al premier non resta che una strada: disegnare una sinistra di governo vincente che richiami l’esperienza di Tony Blair e che soprattutto trasmetta la sensazione di un programma per cosi’ dire social-liberale, esattamente come fu quello del leader laburista. Si tratta di una scommessa politica piuttosto rischiosa. Per due motivi: il malessere della sinistra democratica che si trova improvvisamente circoscritta in una sorta di riserva e lo speculare malumore dei berlusconiani che, nell’accettare il patto sulle riforme, avevano forse sottovalutato gli effetti della britzkrieg renziana.

Gianni Cuperlo, leader della minoranza interna del Pd, ammette che la redistribuzione delle risorse preannunciata da Renzi e’ un’operazione tipicamente di sinistra. Nichi Vendola e Susanna Camusso non possono che convenire. Ma cio’ significa riconoscere che Renzi e’ riuscito la’ dove avevano fallito tutti gli altri leader democratici: per la prima volta tornano nelle tasche del ceto medio-basso un po’ di soldi dopo anni di tassazione crescente. In tal senso, la polemica sulla legge elettorale (che dovra’ essere discussa in seconda lettura solo dopo l’abolizione del Senato, dunque con tempi medio-lunghi) rischia di assumere i toni della battaglia di retroguardia.

Renzi non solo ha realizzato un’operazione che molti giudicavano impossibile, superando le resistenze di destra e sinistra, ma si e’ anche impossessato di idee che provenivano proprio dall’area dell’opposizione interna e dai suoi predecessori alla guida del governo: e minaccia di dimostrare che esse erano perfettamente realizzabili. Un bel problema che riguarda in fondo anche Berlusconi ed Alfano (che cerca di intestarsi il blocco della patrimoniale).

Al di la’ della simpatia umana verso il Rottamatore, Berlusconi corre il pericolo di passare per un venditore di fumo se davvero Renzi riuscira’ in pochi mesi a fare quello che a lui non e’ riuscito: pagare i debiti della Pubblica amministrazione, riformare il mercato del lavoro, abbassare le tasse e perfino dare una sforbiciata all’Irap. Per di piu’ tagliando i costi dell’odiata burocrazia e dei top manager di Stato (vecchio cavallo di battaglia del centrodestra) e i suoi simboli come le auto blu. Cio’ spiega le bordate polemiche dei forzisti all’indirizzo delle ”chiacchiere” di un uomo che comincia a calamitare le attenzioni dell’elettorato moderato.