Renzi e il Bing Bang che fa paura – di Carlo Di Stanislao

Renzi non candida se stesso, ma cento nuove idee, da ieri on-line col titolo “Cento punti per l’Italia”, che potranno essere discusse su internet per tre mesi, cioè fino a gennaio. Le proposte dei rottamatori dalla stazione Leopolda non sono, naturalmente, piaciute a Bersani, che le ha definite “datate”, nè a gran parte di quella sinistra storica che, addirittura, le considera di “destra”. Ma, come scrive Jacobo Jacobini su La Stampa, questo è un atteggiamento davvero errato, perché la sinistra dovrebbe, invece, cercar di capire cosa, davvero, le cento idee di Renzi esprimono.

Bersani vorrebbe confinare Renzi e gli altri giovani che “scalciano per farsi strada” nel “Paese dei balocchi” ed anche Vendola bolla il ragazzino molesto con il marchio infamante di “liberista”. De Magistris non ha mancato di prendere le distanze, perché non sia mai che uno che “scassa” come lui si faccia scavalcare da uno che “rottama” soltanto; sicchè, come scrive il Corriere sul suo blog, l’effetto più diretto della tre giorni di Firenze è la patente litigiosità della sinistra di oggi.

Certamente molte proposte di Renzi sono confuse, altre decisamente populiste e altrettanto certamente lui ha molto dello showman e non ha ancora mostrato, nei fatti, il suo valore politico. Renzi ha l’aspetto ed il piglio dello zerbinotto antipatico che si fa largo a gomitate e tuttavia, come dice Antonio Polito, un effetto importante lo ha prodotto: Bersani non dovrà più preoccuparsi soltanto di non avere nemici a sinistra, finendo così per inseguirli annacquando un po’ alla volta il suo passato riformista. Ora sa che ha anche un concorrente a destra. Ed è un bene per il Pd, ma forse è anche la condanna di Renzi, almeno finché gioca nel campo tradizionale degli elettori di sinistra, i quali non gli perdoneranno mai di aver preso un caffè con Berlusconi, per giunta a casa sua. D’ altra parte, dice sempre Polito, se Tony Blair avesse dovuto passare per le primarie, forse, non sarebbe mai divenuto leader del Labour.

Più che generazionale il problema Bersani-Renzi è di fiducia. Renzi teme che con l’alibi perfetto di eventuali elezioni anticipate Bersani possa sfuggire all’esame delle primarie nel quale intenderebbe legittimamente sfidarlo – anche se oggi lo statuto lo esclude – in una contesa aperta, sul genere di quella vinta da Francois Hollande tra i socialisti francesi. Al tempo stesso Bersani teme che il sindaco di Firenze non si accontenterebbe di primarie interne (cui a quel punto parteciperebbero anche altri candidati, da Zingaretti a Chiamparino), probabilmente di fronte all’assemblea eletta dalle primarie (1500 persone espressione di variegata provenienza, moltissime di area veltroniana o cattolica). Bersani teme che Renzi pretenda primarie di coalizione e che voglia in realtà sfilarsi dal Pd al primo pretesto utile, dragando iscritti, voti e fiducia, verso un’area più centrista e liberale e sottraendo così al partito il monopolio dei rapporti con Idv, Udc e Fli (e persino il dialogo tra sordi coi Radicali). E questo proprio mentre le trattative con Pdci ed Rc, per dare rappresentanza all’ala sinistra della società italiana, stanno muovendo passi significativi. Quindi saremmo al solito fumoso teatrino del politichese, coperto e giustificato da scelte ideologiche che sono soltanto di ornamento e cornice.

Tra i moderati serpeggia sempre più  la preoccupazione che Renzi sia divenuto  “il Grillo della destra”, anche perché, alla Leopolda 2011, c’è stato poco mondo cattolico. Gianni Branucci dice che Renzi ed i suoi sembrano la faccia dandy degli indignati e tuttavia avverte che il fenomeno è forte e solido e con va affatto preso sotto gamba. Renzi è un ragazzotto freddo e arrogante, ma è anche molto lucido e determinato ed ha saputo intercettare molti dei malumori della gente. E sarà anche un populista, ma si schiera nel Pd e a sinistra ed è più capace di Bersani, Bindi, Fiorini e Letta, di incendiare il cuore dell’elettorato. Piace a molti intellettuali e piace a Chiamparino ed anche questo è questione non di poco conto.

Renzi e Zingaretti punterebbero alla leadership del Pd ed il fatto che Bersani dica: "Non temo nessuno, ma proprio nessuno. Solo un pazzo oggi può avere il desiderio personale di prendere in mano la situazione del paese", non è affatto rassicurante e non chiude per niente la questione. Renzi esagera nel dire che la vecchia politica ha creato solo debiti e slogan, ma questo piace a molta gente ed il suo atteggiamento è sostenuto da vari intellettuali di peso: Edoardo Nesi, Alessandro Baricco, Mariolina Mondadori ed altri ancora. E se a De Magistris Renzi non piace, il sindaco-ragazzino piace invece a Di Pietro, che spiega: “chi lo criminalizza, lo fa solo per paura di essere scalzato dalla poltrona”. E non basta. A leggerne le cronache e su vari giornali, la kermesse fiorentina è stata caratterizzata fin dall’inizio da personaggi che hanno un passato nelle aziende legate alla famiglia di Berlusconi, a cominciare dalla visita di ieri di Davide Bogi che è stato Responsabile Nuovi Progetti Digitale Terrestre di Mediaset o della gloria milanista Billy Costacurta. Dopotutto, come ha sottolineato l’editore Alberto Castelvecchi, elogiando Renzi, “sta cambiando il ritmo della politica”.

Grandi applausi alla Leopolda per Giorgio Gori di Magnolia, ex direttore di Canale 5 e Italia 1, che da una parte attacca il berlusconismo e le “cene eleganti” del premier e dall’altra propone di “dare spazio ai privati in Rai”. Insomma, attorno a Renzi, si raduna non solo una sinistra, ma anche una destra colta ed insoddisfatta. Chiudendo il Big Bang della Leopolda 2, il sindaco di Firenze, ha richiamato l’attenzione ai problemi del Partito Democratico e ha lanciato un invito a capire le ragioni dei rottamatori e a non lasciarsi invischiare in una discussione tutta interna ai gruppi dirigenti. E anche se, nella serata di ieri partecipando alla trasmissione “Che tempo fa”, ha precisato: “non ho alcuna intenzione di diventare segretario del Pd. Bisogna essere capaci di dividersi sulla base delle idee. Non bisogna litigare meno, ma litigare meglio", a molte viene in mente che l’idea di segretario di un partito allargato e rinnovato Renzi l’ha solo rinviata, per prepararla meglio, con rottamazione sia a sinistra che a destra. Quello che Renzi e i suoi nuovi compagni, primo fra tutti Matteo Richetti, vogliono,  e’ un partito nuovo, non la riproposizione di un modello del ‘900, nel quale gli elettori scelgono i dirigenti e chi deve contrapporsi al candidato del centrodestra, un partito fatto da ”pionieri e non da reduci’, un partito che metta al primo posto il fatto che a governare siano i migliori, per ricostruire non solo una economia, ma un senso civile e morale demolito dalla imperante e diffusa “peggiocrazia”. Un’Italia che rimetta la cultura al centro e investa su di essa, con una politica onesta che si occupi dei problemi del Paese e se ne stia fuori dalla Rai, dalla Finmeccanica, dalle municipalizzate.

L’economista Luigi Zingales nel chiudere la tre giorni di Firenze ha detto che il male oscuro dell’Italia è che è governata non dai migliori né dai mediocri, ma dai peggiori. Speriamo che nella squadra nuova di Renzi non ci sia, in nome del nuovo e del giovane, solo il “raccogliticcio”.

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