Regionali, un referendum su Matteo Renzi

La campagna elettorale ha ormai assunto il tono di un referendum su Matteo Renzi. Il premier ne e’ consapevole e, fedele alla sua natura di attaccante, fa sapere di non volersi piu’ accontentare del record delle europee: come allenatore della ”squadra” del Pd ha ”voglia di vincere”.

Ne deriva che le regionali saranno a tutti gli effetti il test di medio termine per governo e maggioranza, la prima occasione per il Rottamatore di misurarsi con gli avversari sullo scenario nazionale. Un calcolo rischioso? Forse no se si considera che il primo ministro parte dal 5 a 0 delle precedenti elezioni regionali e che i sondaggi non escludono un risultato altrettanto tondo, magari il 6 a 1 in cui spera tutto lo staff renziano. I numeri in realta’ contano, e molto, sebbene Renzi si sia affannato a spiegare che prima vengono le cose da fare e la ripresa economica.

Non a caso Berlusconi e Salvini sostengono che la vittoria del centrodestra in almeno tre regioni comporterebbe la crisi di governo: soprattutto a causa, e’ il sottinteso, della resa dei conti che si scatenerebbe in casa dei democratici. Per fronteggiare Fi e Lega, Renzi batte palmo a palmo le regioni in cui si votera’, sciorinando i provvedimenti varati dall’esecutivo e i primi segnali di ripresa economica. Ma c’e’ l’incognita dell’astensionismo (che secondo il presidente del Senato Grasso e’ ormai il partito piu’ forte) e soprattutto dei delusi e degli ”indignados” italiani che potrebbero essere richiamati alle urne dai successi degli euroscettici spagnoli, inglesi e polacchi. Una massa la cui forza d’urto e’ difficilmente quantificabile e che potrebbe premiare i 5 stelle, la Lega e Sel.

Il voto di protesta e’ forse quello che piu’ impensierisce il Rottamatore che invece con il Cavaliere ha imbastito un duello in punta di fioretto. E si capisce perche’. Un collasso di Forza Italia aprirebbe al centro un vuoto nel quale l’opa ostile di Salvini sul movimento azzurro avrebbe campo libero. Farebbe del ”secondo Matteo” il vero avversario in vista delle politiche, un cliente assai piu’ scomodo dell’ ancora sconosciuto erede del Cav. In altre parole l’avversario da battere, per il resto della legislatura, sarebbe il capo di un movimento ”populista” simile a quelli che anche in altre parti d’Europa si candidano alla guida delle rispettive nazioni. Del resto Salvini dice chiaro che l’elettore moderato e’ ormai un elettore arrabbiato, indignato insomma, lasciando intendere che il modello berlusconiano e’ superato. O con un ”odore di vecchio”, come osservano con una punta di malizia i centristi, che accusano l’anziano leader azzurro di non aver capito che la centralita’ di Forza Italia e’ improponibile. Fi e’ strattonata tra il centro e la destra, come un vascello disalberato. Un’altra insidia che preoccupa il premier e’ la questione morale.

Il caso degli impresentabili e’ diventato un tema di dibattito internazionale: il Financial Times scrive che la vicenda De Luca, esponente del vecchio sistema, ha messo in evidenza i limiti dell’influenza del premier al di fuori di Roma. Le opposizioni accusano il Pd di doppia morale perche’ il candidato governatore del Pd in Campania, condannato in primo grado per abuso d’ufficio, si e’ detto sicuro che Renzi superera’ il problema della legge Severino che lo rende ineleggibile. Ma il rischio che, in caso di una sua vittoria, la regione si riveli ingovernabile (De Luca dovrebbe essere sospeso e la sua elezione esaminata dalla magistratura ordinaria) e’ reale: Fi e M5S parlano di ”legalita’ ad personam”.

Renzi ribatte che sul piano della legalita’ il suo partito non prende lezioni, ma certo il caso si e’ gonfiato fino a costringere il vicesegretario Guerini ad ammettere che dopo il voto si dovra’ aprire una riflessione sulla legge Severino, la cui applicazione ha reso ineleggibile Berlusconi.

La vicenda degli ”impresentabili” gonfia le vele dell’opposizione e il Movimento 5 Stelle ha buon gioco nel rammentare che Grillo ha risolto il problema vietando la candidatura degli indagati e il doppio mandato. I grillini vantano anche l’avvio dell’operazione microcredito alle imprese da parte del ministero dello Sviluppo economico come un successo della loro iniziativa, visto che il Fondo puo’ contare su circa 10 milioni derivanti dai versamenti del M5S. Messaggio politico di grande impatto perche’ nasce dalla rinuncia dei parlamentari 5 stelle ad una parte del proprio stipendio, cosa che nessuno degli altri partiti ha fatto.

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