Referendum trivelle, 34 milioni buttati per far votare gli italiani all’estero (che non votano)

Si discute da giorni del referendum sulle trivelle. Gli italiani all’estero hanno già votato. Il costo dell’operazione, per consentire ai nostri connazionali di esprimere il voto, è stato di circa 34 milioni di euro. Sì, avete letto bene: 34 milioni di euro. Una montagna di soldi. Buttati.

Secondo i dati che provengono dalle diverse ambasciate italiane nel mondo, infatti, la partecipazione degli italiani nel mondo a questo referendum è stata davvero ridicola, “quasi inesistente” rispetto ai circa quattro milioni degli aventi diritto, come sottolinea il senatore eletto oltre confine Aldo Di Biagio, che aggiunge: “La scarsa percentuale di votanti tra gli italiani all’estero impone di riformare le modalità di partecipazione per far sì che non sia solo una spesa inutile”.

"Certamente – continua Di Biagio, esponente di Area Popolare eletto nella ripartizione estera Europa –  un quesito referendario formulato in modo sostanzialmente incomprensibile e la mancanza di una campagna informativa adeguata hanno concorso a tenere lontani i nostri connazionali” dal voto. Dunque “è necessario aprire una riflessione”.

Anche il senatore Vittorio Pessina, responsabile nazionale del dipartimento Italiani all’estero di Forza Italia, nei giorni scorsi, intervistato da ItaliaChiamaItalia, esprimeva dubbi su costi e modalità del referendum: sarebbe anche ora di valutare altri meccanismi elettorali, magari pensando finalmente al voto elettronico, ha spiegato Pessina.

REFERENDUM TRIVELLE, LE RAGIONI DEGLI ELETTI ALL’ESTERO

Di Biagio, allo stesso modo, evidenzia: “Sarebbe utile, data la peculiarità della circoscrizione estero, studiare delle modalità che consentano una maggiore partecipazione e che non penalizzino il raggiungimento del quorum”. La conclusione del senatore Ap? "Se non si riforma il sistema per gli italiani all’estero, la consultazione referendaria sarà solo un spesa inutile e una pietra al collo della democrazia". Siamo d’accordo con lui, come con Pessina.

34 milioni di euro sono davvero una valanga di quattrini. Soldi che il governo avrebbe potuto usare per potenziare la rete consolare (ce ne sarebbe davvero bisogno!), per promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo, per difendere le eccellenze del made in Italy oltre confine. Invece tutti quei milioni vengono gettati a mare, di fatto, come se l’Italia se lo potesse permettere, come se non ci fossero cose più urgenti da risolvere e sistemare per quanto riguarda il mondo dell’emigrazione.

A volte basterebbe un poco di buon senso ai nostri governanti per non continuare a gravare sulle casse dello Stato e sulle spalle degli italiani. Ma a quanto pare il buon senso all’interno di certi palazzi romani è cosa sempre più rara.

Twitter @rickyfilosa