Rave party e violenza. Le facili e inopportune demonizzazioni

TO GO WITH AFP STORY BY Charlotte Plantive Fans of the South African band Die Antwoord gesture during their concert in Johannesburg on March 12, 2011. A tattooed rapper spits Afrikaans swear words into a giant penis-shaped microphone as a tiny peroxide blonde jumps furiously up and down on the stage. This is Die Antwoord, a South African rap-rave group whose white trash act is gaining notice and notoriety around the world. AFP PHOTO / ALEXANDER JOE

Il tragico episodio che ha visto tre carabinieri violentemente aggrediti da quattro giovani nelle campagne del grossetano, al di la’ della indiscutibile condanna dell’episodio in se’, va ben contestualizzato per evitare di fare “di tutta l’erba un fascio” e di demonizzare i modi che i giovani hanno per incontrarsi, ascoltare musica e divertirsi.

La contestualizzazione ci arriva da una piu’ accurata lettura dei fatti. I quattro giovani non stavano tornando dal rave di Sorano, ma ci stavano andando dopo aver passato una notte in discoteca a Firenze. Lo fanno sapere le cronache locali di alcuni quotidiani e lo conferma l’agenzia TMNews. Una situazione che, se non cambia nulla sulla violenza verso i carabinieri, modifica molto il coro che si era alzato a contorno contro i rave party, soprattutto le dichiarazioni del presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, che ne ha chiesto un drastica regolamentazione.

Non sono quindi i rave party di per se’ ad essere forieri di violenza, ma quest’ultima e’ frutto di cultura e modi di vita che riguardano specifici soggetti pericolosi a se’ e alla societa’. A meno che qualcuno non si faccia avanti ora dicendo che occorre un giro di vite sulle discoteche, l’onda di demonizzazione proibizionista che si e’ sollevata contro i raduni musicali all’aria aperta non ha senso d’essere. Tutti i raduni di persone, anche all’interno degli stessi quando si tengono in luoghi pubblici, e ai margini degli stessi quando i luoghi sono privati, devono essere tenuti sott’occhio da parte delle forze dell’ordine (e in quelli privati ci possono pure entrare se c’e’ il sospetto che si stia commettendo un qualche reato come, per esempio, spaccio di sostanze illecite), ma questo e’ altra cosa dal sostenere che di per se’ il rave party incita alla violenza e alla ribellione nei confronti dei tutori dell’ordine. Il divertimento giovanile (e non solo) e’ spesso fatto ditrasgressioni, ma una cosa e’ farsi uno spinello, altro quasi ammazzare le persone, per di piu’ in divisa. E se questo accade, domandiamo a noi stessi e alle nostre istituzioni di chi sono figli questi ragazzi e a quali scuole vanno, ma lasciamo perdere i rave party.

Vincenzo Donvito, presidente Aduc*
*Associazione per i diritti degli utenti e consumatori

 

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