Rambo in Afghanistan, analisi strategica del bacino mediorientale – di Roberto Pepe

Ancora ricordiamo Rambo in Afghanistan, aiutato dagli “amici” ribelli mujaheddin nella scena finale del film, quando, alla guida di un carro armato, affronta l’invasore  “nemico”, colonnello sovietico, alla guida di un elicottero. In quel pauroso urto frontale Rambo ha, ovviamente, la meglio. Credo che l’epopea dell’“arrivano i nostri” western-marines alla John Waine, con quel film, sia definitivamente tramontata per due motivi. Fondamentalmente, perché è cambiato il rapporto dello stesso conflitto che non è più paritetico, evidente, definito tra buoni e cattivi, tra amici e nemici, tra oppressi e liberatori, ma il campo di battaglia risulta vago: è un coacervo di gruppuscoli nascosti privi di identità definita in un teatro a macchia di leopardo. In pratica, mancano i fronti, in quanto, ormai, la guerra più remunerativa (pesatura tra costo economico e vite umane)  è determinata dalla guerriglia e da attentati di ogni tipo (comprendenti quelli dimostrativi su mondo civile). In pratica non c’è più il soldato eroe contro il suo omonimo nemico – sempre eroe – che agisce a volto scoperto, ma vige la vigliaccheria del dinamitardo o del colpo di mano subdolo. Quello che abbiamo imparato in Accademia Militare – è vincitore chi possieda la copertura militare su di un’area – non ha più senso, perché basta un attentato a sconvolgere, giorno dopo giorno, questa supremazia. 

Secondo aspetto che si è esasperato dall’Afghanistan in poi è che le guerre di liberazione aventi una presunta matrice di democrazia libertaria non hanno fatto altro, invece, che esasperare il divario tra teocrazie islamiche fondamentaliste ed il resto del mondo moderato. L’aver avuto la presunzione di voler leggere come “libertarie” e moderniste quelle rivolte popolari contro i poteri forti di alcuni despoti mediorientali, ha portato l’occidente nel cadere nel tranello predisposto proprio dagli integralisti, che hanno sfruttato l’idealizzazione occidentale delle sommosse – paragonate ad una sorte di rivoluzione francese contro il tiranno – per insinuarsi legalmente nei centri di potere (vedi Turchia, Egitto,…). Per assurdo, potrà succedere che lo spodestato vecchio Rais locale si rivelerà – sicuramente – meno dittatoriale e più rassicurante verso l’occidente delle nuove leve ideologizzate teocratiche.

Causa che ha permesso questa situazione è l’elemento energetico, quale il gas ed il petrolio che abbonda in quei paesi islamici. La dipendenza dell’occidente da queste nazioni per tale approvvigionamento ha provocato un ricatto ed una stupida corsa tra le stesse nazioni europee che cercavano di primeggiare e farsi garanti di quelle popolazioni. Brilla per stupidità strategica egocentrica da grandeur  autolesionista, la Francia, che ha allevato in seno il germe di tutto il fondamentalismo che si è sviluppato, poi, in Iran, con l’aiuto dato a far cacciare lo Scià filoamericano per installare (Total Erg) il filo francese Khomeini. Tutte le “primavere arabe” del Bacino mediterraneo contro i vari clan dei poteri forti locali (però amici dell’occidente), tanto supportate dall’ottusità europea (in primis, francese: vedi Libia), non rappresentano altro che dei prodromi per una più globale radicalizzazione islamica dell’intero bacino.

Per debellare questa situazione di tale preoccupante dipendenza, basterebbe essere auto-sufficienti energeticamente. Quei paesi produttori, privi dell’unico introito dovuto dal petrolio, non avrebbero neanche più l’acqua per lavarsi. Ma poiché tale progetto è impossibile (specialmente in Italia, unica nazione stupidamente priva di centrali nucleari), almeno in tempi brevi, il futuro prossimo riserva, purtroppo, delle terribile soluzioni catastrofiche, in quanto l’autodeterminazione araba si solidificherà a tale punto che anche quei paesi, cosiddetti moderati, si allineeranno per non restare fuori dal giro e soprattutto, sospinti dagli agenti infiltrati e dalle masse popolari nell’interno del Paese. Vedi il moderato Egitto che ora vuole denunciare il trattato di pace con Israele. La dimostrazione che l’Occidente ha qualche ripensamento sulle tipologie delle “primavere” è che ha lasciato la Siria alla propria sorte, con la scusa dell’impegno russo cinese in loco. Da questo panorama, “stantibus sic rebus” non sottovaluterei l’intento USA-Israele di intervenire, molto presto, direttamente in Iran, che rappresenta il cervello e la cassaforte nel neo-integralismo: vuol dire che la loro intelligence (non certo italiana) conosce molto bene il livello di stadio a cui è arrivata la penetrazione della potenza islamica mediorientale in tutto il bacino mediterraneo ed ora anche in Africa centrale (altro campo geo-politico da non sottovalutare per un prossimo futuro) e cercherà di intervenire un attimo prima che il nemico possa decidere qualcosa di dirompente. La guerra dei sei giorni insegna! Guerra preventiva per autodifesa.

L’unica speranza è che quei paesi retti da emiri e principi arabi filo occidentali, in quanto produttori dell’oro nero greggio, comprendano bene l’antifona americana per far decidere loro da che parte stare. D’altronde, ora, anche loro hanno dei grattacieli spropositati da mantenere, dove solo quindici anni fa c’erano capanne di fango…

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