Rai Internazionale, non è una televisione per giovani – di Giovanni Di Raimondo

 CARACAS – I connazionali canadesi, attraverso i Comites di riferimento, si sono fatti promotori di una campagna affinché il canale internazionale della Rai continui a produrre i programmi dedicati specificatamente agli italiani all’estero. A tal fine hanno scritto al premier Mario Monti e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Tutto questo a Toronto, Edmonton, Montréal, Ottawa e Vancouver. E la collettività di Cabimas, Carúpano e Caracas che cosa ne pensa? Gli italo-venezuelani sono soddisfatti del ‘proprio’ canale? Lo trovano interessante o quantomeno utile a diffondere lingua e cultura della madrepatria, specialmente nei confronti delle generazioni rappresentate dai figli degli italiani emigrati? Ritengono che sia adeguato nell’elaborazione di un’informazione di ritorno che faccia conoscere la loro realtà quotidiana? Questi sono gli interrogativi che abbiamo rivolto ai diretti interessati.  

Nel quartiere di Campo Claro, nei pressi de La Carlota,  a Caracas, incontrare un italiano è tutto tranne che un’impresa impossibile. Le insegne di negozi, bar e ristoranti sono lì a testimoniare l’esistenza di una ‘Pequeña Italia’ venezuelana, una Little Italy dalle latitudini tropicali. Al bancone del Café Vomero, concentrato nella degustazione di un caffè Don Giovanni, specialità della casa, incrociamo il signor Vito Saturno, 64enne della provincia di Salerno. Vito vede la Rai quotidianamente, la considera un “mezzo di avvicinamento all’Italia” e per tale motivo è fortemente preoccupato dall’eventualità di chiusura delle trasmissioni ‘Italia chiama Italia’ e ‘Sportello Italia’: “Programmi interessanti che piacciono e che soprattutto paghiamo caramente attraverso l’abbonamento a DIRECTV”, secondo l’intervistato. Vito, in passato a capo di un’impresa di pulizie, è uno dei pochi a cui la Rai piace così com’è, “vorrei solo qualche film o fiction in più, magari con Fiorello junior”, ci tiene a precisare. “Anche mio figlio, nato qui, vede il canale, quasi esclusivamente per quanto concerne la cronaca sportiva. Per lui – continua – che ha studiato alla Bolívar Garibaldi, poter disporre di una tv in italiano è stato decisivo per il perfezionamento della lingua”. Sull’informazione di ritorno Saturno è cosciente del fatto che in Italia si sappia poco riguardo la vita dei compatrioti del Venezuela, una vita che non è fatta solo di assassinii e sequestri, ma anche di belle storie di integrazione e fusione a livello sociale, culturale, artistico e, non da ultimo, gastronomico.

Pensiero condiviso anche dalla titolare del locale, Anna Misciagna, per cui “sarebbe meraviglioso dare maggiore risalto alle comunità locali, ai problemi che le attanagliano, alle attività da queste realizzate, alle eccellenze che le rappresentano”. Anna è nata in Venezuela e nonostante ciò parla un italiano impeccabile e, quando non è al lavoro, segue la Rai. Ci confessa il suo fastidio per i troppi tg, per l’eccessivo spazio occupato dall’informazione: “Preferirei vedere più fiction, ma soprattutto più documentari riguardanti le tradizioni popolari dei paesi d’Italia, la nostra vera ricchezza da riscattare”.

Nell’agenzia di viaggi Bottoni, adiacente al caffè, incontriamo Ivan, 86 anni, originario di Avezzano. Ivan è contrario ai tagli di ‘Italia chiama Italia’ e ‘Sportello Italia’, ma non per questo risparmia una critica ai realizzatori e ai conduttori degli stessi che “trattano gli emigrati come poveri ignoranti, non come persone colte e preparate quali oggi siamo”. “La Rai è peggiorata, prima trasmetteva cose bellissime come concerti, opere, rappresentazioni teatrali di Shakespeare, oggi invece si vedono solo tette, sederi e comici di dubbia qualità. D’altronde – aggiunge disincantato – la tv è lo specchio del paese”. Ivan è certo che i più giovani, al momento di pigiare i tasti del telecomando, non siano minimamente sfiorati dall’idea di sintonizzarsi sulla rete della Rai: “Per attrarre un audience giovanile sarebbe auspicabile l’emissione di ‘novelas’ in italiano”. Bottoni vorrebbe anche che sulle tv dello Stivale si parlasse maggiormente del Venezuela e di personaggi di origini italiane entrati per sempre nella Storia (con la S maiuscola) di questo Paese. Un nome per tutti: il geniale Agustín Codazzi, poco conosciuto al di là dell’Atlantico.

All’appello si aggiunge il pasticcere Loris Pugnale, convinto che in Italia si parli solo dei connazionali di Argentina e Brasile, mentre al Venezuela corrispondano essenzialmente gli spazi informativi riservati alla cronaca nera. Loris, 54enne figlio di friulani, desidera un canale che goda del giusto mix di cinema, fiction, documentari regionali, programmi di cucina e servizi per gli italiani all’estero in modo da attrarre un pubblico generalista e non solo il target di sempre formato dalle persone anziane. Da Pugnale, che vede in TVE un modello da prendere in considerazione, viene un consiglio utile al rinnovo della programmazione: “I miei figli non guardano mai la Rai perché non vi trovano sit-com, film comici, magari ispirati alla divertentissima commedia sexy all’italiana, che sono prodotti sempre al passo coi tempi”. 

Al chiosco Sorrento, in zona Sábana Grande, il nostro amico Filippo Cantelmo conferma i timori di Loris: “Io vedo Rai Internazionale solo a casa di mio padre, non vale la pena pagare l’abbonamento mensuale di 220 bolívares a DIRECTV per avere una rete piuttosto noiosa, con un palinsesto per anziani”. Filippo, manager d’albergo di 31 anni, ci tiene a precisare che le persone di ascendenza spagnola per esempio hanno accesso alla loro tv pagando il solo pacchetto base di 90 bs: una bella differenza, parafrasando il concetto da lui espresso. “Se vogliamo un pubblico di bambini e ragazzi occorrono più cartoni animati e film contemporanei. Affinché la Rai assolva alla funzione di diffondere la lingua italiana nel mondo, non basta concentrarsi su calcio e tg”.

“Noi non siamo più contadini – tuona Sandro Di Gregorio da Montalbán -. Rai Internazionale ci tratta come tali, con programmi che fanno pena, di cui alcuni in bianco e nero, vecchissimi e ripetitivi come il varietà, preso in giro dagli stessi venezuelani”. Sandro, ex costruttore di 77 anni, crede che un prodotto che rappresenta il Belpaese all’estero debba essere di ben altra qualità. “Vedo con maggior piacere TVE. Almeno lì non parlano sempre di morti e assassinii, o di cretinate come gossip e divorzi”. Di Gregorio apprezza le trasmissioni dedicate agli emigrati, ma allo stesso tempo vorrebbe che le tematiche in oggetto venissero trattate con più decenza e con maggior rispetto nei confronti di compatrioti ormai acculturati e perfetti conoscitori della lingua d’origine, “non più fermi a 50 anni fa”. Soffermandosi sul capitolo dell’informazione di ritorno, Sandro propone la realizzazione di trasmissioni che connettano le varie comunità all’estero: “Ci sono famiglie con discendenti in Argentina, Brasile e Venezuela, si potrebbero creare delle sinergie interessanti”.

Antonella Pinto, 23 anni, presidente di FEGIV, a tal fine avanza due suggerimenti: innanzitutto si augura che ‘Italia chiama Italia’ venga visto anche in patria “in modo da creare una conoscenza a proposito della quotidianità di noi cittadini italiani all’estero”, inoltre desidera che vengano prodotti “programmi di intercambio” che abbiano come protagonisti gli italiani di qua e quelli di là.
 Gli italovenezuelani di Caracas reclamano cultura e legami più stretti con la madrepatria.

Spostandoci a Cabimas la richiesta non cambia. Victor Volante, presidente del C.I.V. locale, condivide le preoccupazioni sui tagli e si dichiara a favore di un canale in maggior misura interessato al folklore italiano all’estero, nella speranza che “si realizzi un feed-back tra noi che siamo partiti e chi invece è rimasto”. Carlo Caroli, presidente del Centro Italiano Venezolano di Carúpano, si associa: “In Italia devono sapere come siamo messi qua, deve essere un processo simultaneo: noi guardiamo loro e loro guardano noi”.

La Rai è in crisi e annuncia tagli. Che fare? Noi siamo certi che le risorse sperperate siano tante. E siamo altrettanto sicuri che una televisione fatta in questo modo sia poco utile all’enorme bacino di utenza rappresentato dagli emigrati italiani del globo, siano essi di prima, seconda o terza generazione, e soprattutto non abbiamo dubbi che Rai Internazionale abbia un ruolo limitatissimo nello stimolare, in chi la guarda all’estero, quell’interesse e quella voglia di visitare l’Italia che il Paese più bello del mondo si meriterebbe.

Dove intervenire? Magari si potrebbe iniziare da una riorganizzazione generale della struttura che parta dalla revisione dei fini e delle strategie con l’obiettivo di ripartire, sì con un budget minore, ma con l’obiettivo di offrire un canale di qualità che offra un’informazione veramente internazionale, magari con la possibilità di inserire sottotitoli in una lingua diversa dall’italiano. Aspetto decisivo, quest’ultimo, al momento dell’apprendimento o del miglioramento di un nuovo idioma. In chiusura ci preme far notare l’assenza, ingiustificata, di tg locali, che, sulla falsa riga di quelli realizzati in Italia a livello regionale, non farebbero di certo male all’audience sparsa per il mondo.

 

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