‘Piazza Dalmazia a Firenze rimanga con questo nome’ – di Nazzareno Mollicone

Alcuni giorni fa, la delegata per Firenze dell’Associazione Nazionale Profughi della Venezia Giulia e della Dalmazia, sig.ra Myriam Adreatini Sfilli, ha scritto un’accorata lettera al Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, chiedendogli di lasciare la denominazione “Dalmazia” alla piazza dove è avvenuto il tragico episodio dell’assassinio di due senegalesi ad opera di uno squilibrato, poi suicidatosi. La signora, pur rendendo omaggio alle vittime di un assurdo gesto di violenza, ha criticato la proposta, da qualcuno avanzata, di cambiare nome alla piazza per intitolarla a quello delle vittime. Essa ha proposto –  invece della mutazione del nome – di erigere in quel luogo un cippo commemorativo dell’episodio, facendo nel contempo presente che è importante mantenere nella toponomastica fiorentina (come pure nelle altre città d’Italia) i nomi delle regioni e delle città che appartenevano alla cultura, alla storia ed alla sovranità italiana, e non già per un breve periodo ma per secoli, come è stato il caso della costa istro-dalmata facente parte della Repubblica di Venezia.

Nel condividere questa richiesta, ed auspicando che il Sindaco Renzi voglia tenerla nel debito conto, vorremmo fare una riflessione sul malvezzo, in voga da qualche anno, di alcune  amministrazioni comunali le quali si precipitano ad intitolare vie, piazze e parchi sull’onda di un fatto che ha emozionato l’opinione pubblica, magari al solo scopo di accontentarla mediaticamente per eludere inadempienze o per evitare di adottare concreti e permanenti provvedimenti per risolvere le questioni emerse in modo drammatico. E lo stesso dicasi per “cittadinanze onorarie” concesse con estrema facilità.

Ricordiamo al riguardo che le norme sulla toponomastica prevedono che le intitolazioni di vie e piazze avvengano solo dopo dieci anni dalla morte del personaggio, o dall’evento cui si riferiscono, proprio per lasciar decantare l’emotività del momento e saper bene valutare – con la saggezza del trascorrere del tempo – la dimensione storica o simbolica del fatto.

Ma vi è anche un’altra riflessione da fare, che ci tocca più da vicino. I profughi della Venezia Giulia e della Dalmazia sono quelli che sono sfuggiti alle feroci persecuzioni etniche e politiche dell’allora Jugoslavia: decine di migliaia di omicidi e di stragi effettuate non già da un isolato squilibrato mentale, bensì da una milizia organizzata, da un partito e da uno stato. Ed essi si sono sparsi in tutto il mondo, in particolare in Australia, in America Latina e nell’America settentrionale. La loro comunità d’Italiani all’estero conta, con i discendenti, circa mezzo milione di persone.

E sarebbe quindi triste che costoro, oltre ad essere privati della loro terra natale e della possibilità di risiedere in Italia, debbano anche assistere alla cancellazione del nome delle loro città natali dalle toponomastiche cittadine! Quindi, rendiamo un giusto e doveroso omaggio agli immigrati vittime di un omicidio dettato dall’odio e dalla follia, ma non lo facciamo togliendolo ai nostri emigrati giuliano-dalmati, anch’essi vittime di persecuzioni e di atroci delitti. 

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