Perchè i giovani italiani fanno i lavapiatti all’estero e in Italia no? – di Giampiero Pallotta

L’Istat (Istituto di statistica) informa che in Italia un giovane su tre e’ senza lavoro, infatti il tasso di disoccupazione e’ del 31,9%. I tassi più alti di disoccupazione giovanile si registrano in Spagna (48,7%), Grecia (47,2%) e Slovacchia (35,6%). I tassi più bassi sono quelli di Germania (7,8%), Austria (8,2%) e Olanda (8,6%). Il totale generale dei disoccupati in Italia e’ di 2,623 milioni. Sempre l’Istat informa che sono 4,2 milioni gli stranieri residenti in Italia, che però diventano 4,9 milioni, se si considerano anche tutti i regolari  non ancora registrati nelle anagrafi. Un milione sono i minori (di cui circa la metà nati in Italia) e circa 600 mila le donne e gli anziani che non lavorano, quindi gli immigrati occupati sono oltre 3 milioni. L’Italia non potrebbe andare avanti senza lavoratori stranieri.

Agricoltura, edilizia, industria, artigianato, assistenza familiare e tanti altri settori, idraulici, elettricisti, falegnami, gommisti, riparatori ecc. non sono più “appetibili” per gli italiani. Il dato su cui profondamente riflettere e’ che mentre aumenta la disoccupazione degli italiani, aumenta l’occupazione degli stranieri. Il che significa che, se gli italiani non rifiutassero i lavori che gli immigrati accettano, in Italia ci sarebbe la piena occupazione e spazio ancora per una contenuta immigrazione.

Sei anni fa vennero in Australia due nostri nipoti, Matteo ed Andrea, entrambi venticinquenni e cugini tra loro. Debbo dire che mi fece molto piacere vedere che tenevano a mantenere il loro originale nome di battesimo e non erano mai caduti nella tentazione di tradurlo in inglese, “vezzo” che hanno invece molti giovani italiani, evidentemente non orgogliosi della loro origine. I nipoti ci informarono che entrambi erano laureati in “Scienza della comunicazione”. Senza peli sulla lingua dissi che si trattava di una laurea “fasulla“. Infatti, ammisero di avere frequentato l’Università’ tanto per accontentare i genitori, ma erano consapevoli che quella laurea sarebbe servita a ben poco. Quel “pezzo di carta”, però, avrebbe fatto la sua “bella figura” in una “preziosa cornice” appesa ad una parete del salotto buono per la gioia di mamma e papà. Matteo ed Andrea capivano e parlavano pochissimo l’inglese. Pur consapevole d’infrangere il loro sogno, come e’ mia abitudine, fui con loro piuttosto franco. Senza conoscere “fluentemente” l’inglese, magari anche privo di “accento” italiano, gli sarebbero state precluse in Australia tutte le opportunità (se ce ne fossero state) che quella loro laurea avrebbe potuto offrire. Mi assicurarono che erano molto “determinati” ed avrebbero affrontato “qualsiasi” sacrificio pur di poter realizzare il loro sogno di restare in Australia visto che in Italia non si trovava lavoro neppure cercandolo con il “lanternino”. Ovviamente li ospitammo a casa nostra per tutto il tempo della loro permanenza per “attutire” il primo “impatto” con la non facile realtà australiana.

Ci sembrò alquanto strano, pero’, che prima di iniziare a lavorare, decisero di dedicare alcune settimane al turismo intorno Sydney ed anche per visitare altre località dell’Australia. Certamente questo era un lusso che non hanno potuto concedersi i molti emigranti italiani degli anni passati. Sapete com’e’, durate gli studi universitari, avevano avuto l’opportunità (con i soldi di papà e mammà) di visitare molti Paesi, dall’Inghilterra agli Usa, dall’India a Charm el-Sheikh in Egitto ecc. e l’abitudine era rimasta.

Finite le “vacanze australiane” (ed i soldi) le uniche opportunità di lavoro che trovarono (anche con una certa difficoltà) furono quelle di “lavapiatti” nei ristoranti: esclusivamente italiani. Dopo un paio di settimane di mattutine levatacce, ritorni a notte fonda e di viaggi andata/ritorno con bus/treno, si resero conto che la strada intrapresa non li portava da nessuna parte. Per quello che guadagnavano non potevano diventare autosufficienti e per il poco tempo che gli restava a disposizione il loro inglese non sarebbe diventato neppure discreto.

Invitai i due a sederci per fare il punto. Cari Matteo ed Andrea, se venite in Australia per realizzare il vostro sogno, e se “lodevolmente” siete disposti a fare anche i “lavapiatti”, dovete pero’ rendervi conto che tutto questo non basta. Dovrete attendere almeno dieci anni perché il vostro inglese diventi sufficientemente buono, difficilmente diventerà fluente perché non e’ la vostra madre lingua. Mettete poi in conto che sarà molto difficoltoso adeguarsi allo “stile di vita” australiano del tutto diverso da quello a cui siete stati sinora abituati. Infine, rendetevi conto che la mentalità anglosassone e’ all’opposto della nostra. Ricordatevi che e’ la comunità “dominante” ed occupano le migliori posizioni e cariche nelle maggiori aziende private e nell’amministrazione pubblica. Spesso ci troviamo in forte conflitto con loro, anche se noi italiani, per natura, abbiamo una mentalità “flessibile”, eppure questo non sempre e’ sufficiente. Secondo la mia esperienza vissuta per 43 anni in Italia e 24 anni in Australia, vi consiglio di ritornare in Italia. Se là non troverete quello che “volete”, iniziate a fare quello che “potete”, anche i “lavapiatti”, ma almeno lì parlerete la vostra lingua e non subirete discriminazioni che, anche se non sembra, sono ancora diffuse in Australia. Tornatevene in Italia e cercate d’imitare gli “immigrati” e vedrete che, prima o poi, anche voi troverete la vostra strada, anche se non sarà consona alla vostra laurea.

Sarà che si resero conto della “durezza” della vita iniziale in Australia e dei lunghi anni di duri sacrifici che li attendevano, o perché vollero seguire il mio consiglio, o l’uno e l’altro, Andrea e Matteo ritornarono a Civitanova Marche. Non rifiutarono il primo lavoro che gli fu offerto (pulire la sera gli uffici. Albanese era il titolare dell’impresa). E come si sa da cosa nasce cosa. Non avendo l’ostacolo della lingua, conoscendo bene l’ambiente e la mentalità dove si e’ nati e cresciuti, dopo alcune esperienze, negative e positive, oggi sono molto ben considerati, ed anche ben remunerati, dalle ditte in cui lavorano. Matteo e’ “emigrato” a Grosseto (Toscana) e lavora in una grande ditta di distribuzione di abbigliamento. Andrea e’ rimasto nelle Marche, ma si e’ trasferito a Fabriano ed e’ impiegato in una ditta che produce “cappe aspiranti” e spesse volte, per lavoro, visita la Cina, particolarmente Shangai.

Morale della favola. Per i giovani italiani l’America o l’Australia potrebbe essere ancora l’Italia, “considerato che lo e’ per circa 5 milioni di stranieri”. I giovani italiani che sono disposti a fare i “lavapiatti” in qualsiasi Paese del mondo, non dovrebbero avere “remore” di fare questo lavoro anche in Italia in attesa che gli si presenti un’adeguata occupazione, anche se non del tutto “consona” alla laurea conseguita. Ecco perche’ da tempo sono tra i sostenitori di chi dice che sia opportuno che “il valore del titolo di studio” debba essere “abolito”. L’Italia ha piu’ bisogno di persone disposte a lavorare che di laureati per lo piu’ con “lauree fasulle”. Le madri ed i padri italiani preferiscono sacrificarsi per far studiare all’Università i loro figli piuttosto che indirizzarli ad imparare un mestiere. Abolire il valore legale del titolo di studio e’, allora, anche il miglior rimedio per combattere la “disoccupazione” ed abolire il “provincialismo” italiano: quello che venderebbe l’anima al diavolo pur di leggere sul biglietto da visita del figlio la parola “Dottore”. E’ un “ridicolo malcostume” italiano dove, se non sei “dottore” non sei nessuno, mentre nel mondo anglosassone, anche i piu’ valenti “dottori”, sono semplicemente Mr., Miss. o Mrs.

Abolire il valore legale dei titoli di studio porterebbe più efficienza e qualità alla formazione scolastica e al mondo del lavoro in Italia che e’, ormai, sempre più il fanalino di coda nelle classifiche. La laurea “fasulla” e’ il motivo principale dell’arretratezza della Pubblica amministrazione italiana. Per essere assunti si sa che occorre possedere “il pezzo di carta” (e la giusta “raccomandazione”), poco importa se poi si e’ del tutto impreparati.

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