Orfeo direttore divide la Rai – di Franco Esposito

Turbolenze in Rai. Le reti dell’inquietudini, nomine e licenziamenti, malcontento e polemiche, accuse e precisazioni, il botta e risposta sui canali Rai. Mai così unita e divisa la mamma di tutte le radio e di tutte le televisioni. Al suo interno gli abituali, immancabili dirigenti polemisti, che sembrano messi lì apposta per applicare l’universale grottesco principio del “tutto cambia, nulla cambia”. Comprese le nuove nomine, gli incarichi di direttore distribuiti a pioggia. Il più importante attribuito a Mario Orfeo, un giovane cavallo di ritorno, provvisto di notevoli capacità, giornalista di razza che viene da un lungo proficuo apprendistato come ragazzo di bottega, fresco direttore del Tg1. Una nomina contrastata, evidentemente litigata al momento del voto: cinque sì e quattro no, quelli di Luisa Todini, Antonio Pilati, Colombo e Tobagi. Alla faccia dell’unanimità, parola che viene spesa talvolta a vanvera in ambito Rai. “Il mio no è sul metodo. Sarebbe stato necessario procedere a un’analisti più attenta delle competenze interne”, firmato Luisa Todini. Napoletano del quartiere Vomero, vicino all’area socialista durante la sua prima ora professionale, nella cucina del periodico “Itinerari”, sostenuto da Di Donato, Mario Orfeo ha bruciato sul filo di lana quello che sembrava il candidato più gradito: Marcello Sorgi, attuale direttore del Tempo. La partita si è giocata infatti a destra, in campo la maggioranza appunto centro-destrorsa all’interno del Cda Rai. Sembrava in chiaro vantaggio Sorgi sconfitto al fotofinish. Anzi sparito già prima: appoggiato e sostenuto, il suo nome non è più pervenuto nell’imminenza della votazione. Il classico gioco delle tre tavolette: la nomina di Orfeo alla direzione del Tg1 ha ricevuto la benedizione di Angelino Alfano, segretario del Pdl, il partito più improbabile del momento. L’opposizione all’interno del Cda l’ha presa così: “Che fine hanno fatto le promesse di chiedere i curricula e di esaminarli? Abbiamo assistito alle solite pressioni esterne di uomini politici della vecchia maggioranza e di lobby nuove o collaudate in altre epoche. Una maggioranza così stretta è un brutto segnale”.

Sbandierate e strombazzate in questi mesi, le parole autonomia e indipendenza (del “servizio pubblico”) sono parimenti sparite al momento delle decisioni. I partiti sono riapparsi, prepotentemente riemersi. Dovevano uscire dalla Rai, si erano impegnati a buttarli fuori con la ramazza il presidente Anna Maria Tarantola e il digì Luigi Gubitosi. Sindacati e giornalisti appartenenti alla Fnsi e all’Usigrai hanno protestato e preso cappello. La storia non finisce qui. Avrebbero preferito la nomina a direttore di un interno, non di Orfeo. La decisione li ha spiazzati. “In Rai abbiamo eccellenze e grandi potenzialità, non si capisce perché non vengano sfruttate”.

Lontano dall’essere un anziano come età, Mario Orfeo prende il posto Alberto Maccari, direttore ad interim in seguito alla rimozione di Minzolini. Dirigerà il Tg1 da giovedì prossimo, dopo aver lasciato la direzione del Messaggero. Il giro è sempre lo stesso, un valzer non lento nel suo caso. Ma Orfeo può ostentare un pedigrèe sorprendente e insieme significativo, ricco di tappe di prestigio lungo un percorso che sa un po’ di miracolo. Precoce redattore al Giornale di Napoli, altrettanto precoce redattore capo centrale e responsabile del politico a Repubblica, infine precocissimo direttore del Mattino e del
Tg2. Il giornalista e il professionista sono di livello, qualità e impegno, tenacia e rapidità, ma la carriera del rampante napoletano è comunque clamorosa. Anche il Cdr Rai critica il metodo. Senza nulla togliere a Mario Orfeo “giornalista autorevole”. Cinque sì e quattro no, significa che al neo direttore non tornerà agevole governare. L’opposizione sarà presente dalla primissima ora. La nomina, non una sorpresa, pronosticata da molti, ha seminato sconcerto e veleni all’interno della Rai. Laddove, ma quanto stiamo per raccontare non è opera del Cda, la Rai stessa ha licenziato in tronco il giornalista Giampiero Amendola, 56 anni. Proprio lui, l’autore di un servizio su Juventus-Napoli, poco prima dell’inizio della partita stupidamente etichettata ed enfatizzata come “la sfida scudetto”. All’ottava giornata di campionato, pensa te. Il servizio si concludeva con una frase irriguardosa nei confronti dei tifosi del Napoli. Amendola ai fan della Juve al microfono: “E voi li distinguete dalla puzza… con grande signorilità”. Il giovane tifoso juventino mostrò di approvare la frase dell’incauto giornalista, dopo aver ironizzato sui napoletani. “Sono ovunque, un po’ come i cinesi”. Amendola si dichiarò dispiaciuto di non essere riuscito a dimostrare che lo spirito del servizio era di condanna dei cori razzisti, non di offesa dei tifosi del Napoli. Chiese scusa, ma si beccò lo stesso una sospensione, a datare dal 22 ottobre. Finita la sospensione, è scattato il pugno duro della Rai: Amendola licenziato, buttato fuori dalla testata giornalistica regionale, dove lavorava in pianta stabile dal 2001. “è venuto meno il rapporto di fiducia”, la Rai è sulla linea dura. Il Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte ha aperto un provvedimento disciplinare sul conto di Amendola. Che impugnerà il licenziamento. “La vicenda è nata da un fraintendimento”. Il legale del giornalista sostiene che le possibilità di reintegro ci sono tutte.

Rai inquieta, tormentata da suoi sbalzi d’umore. La contrastata nomina di Orfeo, il licenziamento di Amendola, le divisioni imposte in maniera subdola dagli interessi di partito e dalle invidie interne. Ma visto che si parla tanto di unanimità, bisogna pure ammettere che questa fatale parola è presente nelle altre nomine. Tutte all’unanimità: Giancarlo Leone alla direzione di Rai1, Mauro Mazza a Rai Cinema, Andrea Vianello a Rai3 al posto di Antonio Di Bella, prossimo corrispondente da Parigi. Che val bene una messa, non solo per lui. E se ritenete sia giusto chiamatele pure emozione. Lo sono, ma solo a modo loro. Non cambiate canale.

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