Neomelodici, pizzo milionario – di Franco Esposito

Camorra spa. Succede a Napoli e dintorni. Cantano i neomelodici e i boss incassano. Un pizzo da milioni di euro. Parole e musica di basso livello, l’industria delle parole e delle canzoni della violenza. Scritte e cantate per gente un po’ così, i cosiddetti amanti della musica e delle canzoni neomelodiche. Testi che piacciono ai boss, voci imposte agli organizzatori delle feste di piazza, a televisioni locali e ristoranti, tutti obbligati a versare il pizzo alla criminalità organizzata. Un semplice e ingegnoso marchingegno nel nome di Camorra spa. Una sofisticata forma di tangente, diversa da quella imposta agli operatori economici, identica però nella sostanza.

Il tipico pizzo, stavolta sulle note della musica (crudo eufemismo) e delle voci dei cantanti definiti neomelodici. Una moda inventata, tra gli anni Novanta e successivi. La complessa indagine coordinata dai magistrati della Dda di Napoli e dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta ha prodotto dodici ordinanze di custodia cautelare. Dieci in carcere e due agli arresti domiciliari. I provvedimenti portano la firma dei pm Giovanni Conzo e Antonello Ardituro, coordinati dal procuratore aggiunto Cafiero de Raho e dal procuratore Giovanni Colangelo. Gli arrestati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione in concorso, porto e detenzione illegale di armi da fuoco e cessione di sostanze stupefacenti. Un robusto pacchetto di reati.

Ma come funzionava l’azione estorsiva, ripetuta e aggravata? Imprese e agenzie artistiche e di promozione pubblicitaria sono riconducibili al clan dei Casalesi. I prestanome dei boss imponevano agli organizzatori di feste di piazza e ai titolari di ristoranti i nomi dei cantanti neomelodici loro protetti e quant’altro, a prezzi di gran lunga superiori a quelli di mercato. Sovrapprezzi talvolta superiori al 150%: i magistrati della Dda hanno stimato che, nel solo periodo natalizio, nelle casse del clan affluivano 200.000 euro. Fruttava somme da sballo l’imposizione dei nomi dei cantanti neomelodici. Tipo la presenza quasi fissa a feste di piazza, matrimoni, feste di compleanno, della compagna del proprietario di un’agenzia commerciale con sede ad Aversa, Gaetano De Biase, 45 anni. Uno degli arrestati di spicco. Rita Ferrara, la bionda, in arte Ida D’Amore, cantava dappertutto, imposta a tutti. De Biase viene ritenuto legato a doppio filo ai Casalesi. In particolare alla famiglia Schiavone, quella del famoso Sandokan, in carcere da anni. Le donne avevano forte influenza all’interno dell’organizzazione. Silvana Limardi, vedova di un boss ammazzato nel 1990, aveva addirittura poteri decisionali. Nella sua disponibilità è stata trovato una pistola Smith&Wesson con matricola abrasa. Guidati da Nicola Schiavone, figlio di Sandokan, i guaglioni avrebbero costretto ristoratori, organizzatori di feste di piazza e titolari di tv locali a ingaggiare i loro cantanti di fiducia. La biondissima Ida D’Amore (cavallo di battaglia “Ti amo ti odio”: so’ disposta/a fa a ‘uerra/pe’ tte”), suo cugino Franco, Nico Desideri, Ciro Riggione, Nico D’Ambrosio, Tony Calice: nessuno dei cantanti è indagato. Taglieggiati anche loro, i cantanti neomelodici: incassavano solo il trenta per cento del cachet; i boss intascavano il resto. Una tangente nella tangente. E nessuno osava dire di no, impossibile opporsi al volere dell’organizzazione camorristica.

Il pentagramma sporco. La canzone neomelodica scritta con l’inchiostro dell’imposizione, sorella gemella della violenza. Il neomelodismo campano miscuglio di delinquenza e cattiva coscienza. Nello Liberti, autore dello stomachevole ‘O capoclan, si è segnalato come il primo neomelodico indagato per “istigazione a reati di camorra”. Luigi Giuliano, il re di Forcella, presenza storica nel mondo camorristico napoletano, poi pentito, è l’autore di Cillo va pazzo pe’ te, cantata da Ciro Riccio, il più popolare e quotato dei neomelodici. Trascinato con la sua casa discografica in tribunale proprio da Loigino Giuliano: una querelle infinita sui diritti d’autore. C’è stato sempre del marcio all’interno del discutibile fenomeno musicale. La triste squassante musica dell’estorsione. I boss cantavano così, con la voce sinistra di Maradona, nome in codice, ovvero Giovanni Menale, professione barbiere,  procacciatore di cantanti e d’affari, e di Gaetano De Biase, detto Burzone. Nick Schiavone ordinava: qui canta solo Ida D’Amore; questa piazza è per Nico Desideri. Neomelodici sotto contratto con De Biase, gestore di una influente agenzia di collocamento di artisti.

I pentiti parlano e viene fuori anche l’esistenza la rete di ristoranti che si servivano (pesantemente vessati) di De Biase. Ai proprietari di ristorante i collaboratori di Buzone, d’intesa con il boss titolare e con il clan dei Casalesi, non si limitavano ad imporre i cantanti. Imponevano anche l’acquisto di biglietti necessari per partecipare alla festa, mai a meno di 50 euro. Quattro, cinque blocchetti, ciascuno con 90 biglietti. Pagamento anticipato, anche se poi alla festa non andava nessuno. Un’estorsione da 100.000 euro a festa. Impossibile sfuggire al sistema criminale: le somme erano destinate alla casse del clan di Nicola Schiavone. Pesante e ineludibile prepotenza veniva esercitata anche sulle tv locali. Teleakery, Televolla, Rte, Tlc, costrette a rispettare l’imposizione camorristica di far apparire in video i cantanti sostenuti dai boss. E non finiva lì: le emittenti costrette a “passare” la pubblicità di esercizi commerciali indicati dall’organizzazione camorristica. “Come la cornetteria di mia moglie”, ha precisato Salvatore Laiso, l’esecutore di ordini per conto del figlio di Sandokan fino a quando non gli hanno ammazzato il fratello. Imposizioni, pizzi, tangenti, estorsioni. Brutti versi e pessima musica, canta e suona camorra spa.

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