Mostre, la nobiltà del lavoro in pittura tra ‘800 e ‘900

In tempi in cui sono lo spread o il default a condizionare gravemente l’economia e il vivere sociale, una bella mostra dedicata alla pittura veneta tra ‘800 e ‘900 riporta in primo il valore senza tempo del lavoro, ribadendo la sua peculiare accezione di funzione nobilitatrice dell’uomo. Esposte dal 2 giugno a Villa Pisani di Stra (Venezia), oltre 60 opere provenienti da raccolte pubbliche e private italiane per raccontare gli antichi mestieri praticati a Venezia e nel suo entroterra dalla caduta della Serenissima fino ai primi decenni del XX secolo.

Intitolata ‘Nobilta’ del lavoro arti e mestieri nella pittura veneta tra ‘800 e ‘900’, l’importante esposizione (promossa dalla Soprintendenza dei Beni architettonici e paesaggistici di Venezia, Belluno, Padova e Treviso) e’ stata curata da Myriam Zerbi e da Luisa Turchi, che hanno selezionato i dipinti piu’ significativi custoditi da fondazioni, musei e privati, che in diversi casi vengono ora esposti al pubblico per la prima volta.

Lo scopo e’ quello di ripercorrere cento anni di vita lavorativa attraverso opere celebri e lavori meno noti di artisti che scelsero quale soggetto privilegiato il popolo, raffigurato nel suo vivere quotidiano, tra le pareti domestiche, all’aperto o nei cantieri, nel verde pacifico dei campi o nel caos cittadino.

Dagli anni Sessanta del XIX secolo, non furono pochi i maestri che sentirono il dovere di farsi interpreti della vita contemporanea, fissando l’iconografia ottocentesca delle ‘Arti che vanno per via’, inventario di mestieri di strada codificati graficamente gia’ nelle acqueforti di Gaetano Zompini nel 1753, repertorio di attivita’ che, accanto alla marineria e alle tradizionali risorse dell’industria vetraria muranese e della pesca lagunare, riflettevano del tempo gli usi e i costumi. La scelta di rivolgere il loro genio artistico alla raffigurazione di quella realta’ era guidata dalla carica rivoluzionaria del discorso pronunciato nel 1850 dal segretario dell’Accademia veneziana Pietro Selvatico, in cui esortava i pittori a entrare nelle chiese, negli spedali, nelle officine, e a guardare al vero nella nobile semplicita’ sua. E quindi, con le loro immagini ‘mordere gli errori sociali’ per consentire all’arte di tornare a essere apprezzata dalle moltitudini.

La mostra del Museo Nazionale di Villa Pisani conduce quindi il pubblico in una Venezia con campi e campielli popolati dall’animazione dei mercati, con calli, ponti e canali percorsi dal vociante passaggio di ambulanti: arrotini, venditori di caldarroste, lustrascarpe, fiorai, carbonai, burattinai, suonatori girovaghi. Le donne lavorano accanto agli uomini come ‘bigolanti’ (portavano con il secchio l’acqua dolce direttamente nelle case) o vendevano polli, fiori, frutta. Lavandaie o balie o cuoche, comunque al servizio delle famiglie dei ricchi borghesi o della nobilta’ di un tempo. Eccole all’interno di case o nei laboratori quali sartine, ricamatrici e merlettaie all’opera con aghi e fili. In ambienti umili, un notaio stipula un contratto di matrimonio, nelle botteghe calzolai, sarti e barbieri svolgono il loro mestiere, mentre nelle fucine ferve il lavoro dei fabbri.

Attraverso i dipinti di Barison, Caliari, Ciardi, Da Molin, Selvatico, Tito, Zandomeneghi e molti altri, il percorso espositivo si trasforma in una sorta di reportage sulle attivita’ della gente che, nell’operosita’ come nel travaglio, nella fatica come nella solerzia, nei gesti e negli sguardi diventa protagonista di una grande epopea, quella del lavoro, nella sua concreta, industriosa, sostanziale nobilta’.

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