Monti, Spending review al centro del mirino – di Carlo Di Stanislao

Dopo una maggioranza record anche in Parlamento, ora per il governo Monti si tratta di passare all’azione, reperendo risorse per fare investimenti e riforme e escogitando leggi per riequilibrare le disparità. Inevitabile che si debba mettere mano alle pensioni di anzianità per reperire i soldi, ma con una flessibilità d’uscita che stabilirà la possibilità di andare in pensione tra i 62 e i 68-70 anni, con l’introduzione di varie penalizzazioni e incentivi a seconda che il singolo lavoratore lasci prima o dopo il posto di lavoro. Ma sono altrettanto attese l’Ici e la patrimoniale, che sarà più o meno leggera e che è la cosa che più sta sullo stomaco a Berlusconi ed al Pdl.

Il Consiglio dei Ministri si dà appuntamento a lunedì mattina, ma non per parlare delle nomine dei vice ministri, bensì per lavorare ad uno specifico decreto legislativo su Roma Capitale. Una scelta che ha sorpreso tutti, una autentica svolta che rimette in moto l’intero percorso e che, entro cinque mesi al massimo, darà finalmente a Roma poteri e dignità. E pensare che c’era chi solo una settimana fa chiedeva le dimissioni del sindaco Alemanno, nel giorno della caduta del governo Berlusconi. Una prima sorpresa per un governo che, dicono in molti, di sorprese ne riserva molte. Ma il primo consiglio di lunedì servirà anche per fare un giro di tavolo sulle prime misure da adottare, misure che comunque arriveranno con un unico pacchetto, come ha annunciato lo stesso primo ministro al termine del voto di fiducia a Montecitorio.

Con Monti si dovrebbe aprire una nuova era: lunedì, come detto, non si parlerà di sottosegretari e vice-ministri, ma il tam tam sui nomi è già iniziato su tutti i giornali. Monti pensa a una squadra di 22-25 nomi (incluso Antonio Catricalà nominato sottosegretario alla Presidenza). Ma già si pensa ad elevare la soglia quanto meno per garantire un’adeguata copertura dei lavori delle 28 commissioni parlamentari permanenti. Quanto al profilo dei nuovi membri del governo, i partiti considerano ancora aperta la possibilità di indicare, in proporzione alle rispettive forze, nomi di ex parlamentari o comunque tecnici di area. In questa atmosfera è finito su giornali e tv quello che è stato mal animosamente definito “il primo pizzino della terza Repubblica” da Il Giornale, un appunto a firma Enrico Letta che in realtà è solo una messa a disposizione sua e del Pd per aiuti al nuovo premier. Il vero problema per Monti ed il suo governo è reperire al più presto quei 20 miliardi che Tremonti voleva racimolare con la delega fiscale e che vanno trovati con altre procedure e al più presto, senza  la malsana idea, abbandonata da subito, del taglio lineare degli sgravi e dell’assistenza. Oltre alle pensioni, il governo Monti pensa alla possibilità di un aumento di un altro punto Iva, dopo quello stabilito già da Tremonti,  che porterebbe nelle casse dello Stato altri 8 miliardi di euro. Con l’Ici sulla prima casa e l’ipotesi di un patrimoniale, si potrebbe arrivare ai 10 miliardi, il che condurrebbe il Paese a mezza strada. Ma, in verità, le idee di Monti e dei suoi dovrebbero essere del tutto diverse, poiché una buona quota delle risorse reperite nel modo sopra-indicato, peserebbero su lavoratori e attività produttive, che invece dovrebbero essere aiutate. Quindi è molto probabile che una parte della manovra Monti sarà composta dai tagli conseguenti alla spending review, peraltro già annunciata. Non è un caso, ritengo,  che il ministero dei Rapporti col Parlamento sia Piero Giarda, docente di Scienza delle Finanze, ma anche grande esperto di spesa pubblica. La manovra di agosto e le intenzioni di questo esecutivo tecnico hanno messo in luce proprio la costituzione di questo meccanismo di revisione della spesa. Lo stesso Giarda è stato protagonista di un rapporto molto interessante, un lavoro commissionato dall’ex ministro Giulio Tremonti per studiare il modo più efficace di riformare il Fisco; l’economista milanese era andato anche oltre, stilando i principali sprechi italiani da combattere, un documento che ora diventerà, molto probabilmente, una guida fondamentale per l’intero governo Monti. In pratica, l’analisi di Giarda era andata nella direzione del budget pubblico e della sua evoluzione storica, cercando di comprendere cosa nel corso degli anni avesse provocato la situazione attuale. Lo spreco di Tipo 1  era individuato nell’uso di fattori produttivi in misura maggiore rispetto alla quantità necessaria (ad esempio una macchina costosa e poco utilizzata). Il Tipo 2, invece, ricomprendeva l’acquisizione di fattori della produzione con un pagamento superiore a quello di mercato (l’acquisto di farmaci in primis). Il terzo spreco era invece individuato in  quello che prevede delle tecniche produttive errate rispetto ai prezzi dei fattori impiegati (lo Stato è fin troppo abituato a sfruttare tecniche ad alta intensità di lavoro). Il Tipo 4 di spreco, poi, era nell’uso di modi di produzione antichi e non più efficienti, con evidenti conseguenze dal punto di vista dei costi (le nostre strutture investono troppo poco nelle nuove tecnologie). Gli altri sprechi, infine,  erano visti in quelli relativi all’impiego di attori non compatibili (lavoro non specializzato), errata identificazione dei soggetti meritevoli di aiuto e sostegno in relazione al reddito, progettazione di opere incomplete, avvio di nuovi programmi di spesa senza avere testato i possibili benefici, programmazione inadeguata alla domanda e, ancora, la spesa effettuata con budget permanenti.

Nel suo discorso al Senato Mario Monti è stato molto chiaro: il suo governo rivedrà la spesa pubblica per migliorarne l’efficienza e l’efficacia, per ottenere una minore spesa a parità di risultati e maggiori risultati a parità di spesa, attraverso la sistematica analisi e valutazione delle strutture organizzative, delle procedure decisionali, dei programmi e dei risultati. Insomma, le amministrazioni dovranno da subito applicare le disposizioni di razionalizzazione contenute nel Dl 98/2011 e nel Dl 138/2011, diverse per comparto e per livello di governo. Un esempio, portato dal Sole 24 Ore, è la gestione del personale, una funzione interna resa sempre più complessa dall’evolversi del quadro normativo e che assorbe molte energie e personale all’interno delle singole amministrazioni. Il paradosso è dato dal fatto che non solo ogni amministrazione ha un proprio ufficio per il personale, ma spesso ogni settore, dipartimento o direzione ha a sua volta una propria struttura dedicata. Un’area questa che potrebbe essere certamente esternalizzata e gestita in forma associata, migliorando così l’efficienza ma anche la qualità dei servizi. Nell’ambito della gestione del personale è possibile ad esempio ricorrere alle agenzie per il lavoro, che sono portatrici di un know how di rilievo nel settore della gestione delle risorse umane; questo consentirebbe alle amministrazioni interessate di liberare seriamente il settore pubblico da una serie di incombenze amministrative e di inutili spese aggiuntive.  Inoltre, sempre in questa razionalizzazione della spesa, appare evidente, ormai, che la migliore scelta è quella che avviene dal basso, che è più prossima, in quanto è in grado di scegliere tra spesa buona e spesa cattiva, di tagliare certo,  ma anche di effettuare utili investimenti, nella direzione ritenuta più utile da chi lavora negli specifici settori. E questo, davvero, è innovativo ed auspicabile ed era ora che un governo se ne accorgesse.

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