Monti, Bersani, Berlusconi, Prodi e l’Europa: la giornata politica

Il successo del vertice europeo e’ solo un primo passo sulla via del risanamento. Lo dimostra l’andamento altalenante dei mercati dai quali forse ci si attendeva una risposta migliore: lo spread in particolare si e’ raffreddato ma resta alto per le possibilita’ finanziarie di Italia e Spagna. Le critiche mosse da Olanda e Finlandia allo scudo antispread e’ un altro elemento di preoccupazione. Ma non ha torto Romano Prodi quando osserva che a Bruxelles il vero risultato ottenuto dal triumvirato Hollande-Monti-Rajoy (tre leader di orientamento politico diverso) e’ stato quello di invertire la rotta della Ue, un segnale che adesso deve essere confermato dai fatti. Cio’ spiega l’importanza che Mario Monti annette ai tagli della spending review.

Dalle parti sociali e dagli enti locali giungono malumori e sintomi di resistenza soprattutto contro i tagli alla spesa sociale e i licenziamenti nella pubblica amministrazione: incombe la minaccia dello sciopero generale e i partiti della ‘strana maggioranza’ hanno gia’ avvertito il premier che stavolta non ci sara’ nessuna cambiale in bianco. Eppure il passo appare necessario: il primo problema del nostro Paese e’ quello di ridurre strutturalmente la spesa pubblica.

Ma sarebbe un calcolo sbagliato, si osserva da piu’ parti, quello di puntare ancora una volta solo sui tagli, su quella che Paolo Ferrero del Prc definisce una ulteriore Finanziaria. Come dice Prodi, Italia, Francia e Spagna hanno un drammatico problema comune: l’aumento continuo della disoccupazione, in particolare giovanile. Il patto a tre in sostanza punta le sue chance di successo proprio sul varo di manovre che invertano il trend, dunque su manovre di carattere espansivo di cui in Italia non si avverte ancora l’arrivo.

Monti, che mercoledi’ vedra’ nuovamente Angela Merkel anche in vista dell’eurogruppo del 9 luglio, ha il problema di mettere in campo qualcosa di convincente. Dal Pd giungono pressioni per allentare subito il patto di stabilita’ interno (Fassina); Pierluigi Bersani chiede un’Imu piu’ bassa e imposte sui grandi patrimoni, operazioni che i democratici si prefiggono di attuare una volta al governo. Il problema del Professore e’ esattamente quello di sottrarsi a questa morsa, ricostituendo una vera unita’ interna della Grande Coalizione almeno per tutto il secondo semestre del 2012. Cammino in salita: la Grosse Koalition per sua natura non puo’ essere un ripiego, spiega Gianfranco Rotondi, e invece Pier Ferdinando Casini ed Enrico Letta – dice Guido Crosetto – vorrebbero strumentalizzarla per trasformare Monti nel ‘killer del Pdl’. Tuttavia e’ vero che la grande crisi costringe di per se’ Pdl, Pd e terzo polo a coltivare le larghe intese: attualmente non esistono alternative e potrebbero non essercene anche in futuro. Cio’ trasforma le riforme in un decisivo banco di prova.

Il Quirinale ha stigmatizzato il tentativo di Pdl e Lega di procedere a colpi di maggioranza semplice perche’ una revisione della Costituzione deve sempre essere un processo largamente condiviso. Si vedra’ ben presto se il ‘vecchio’ accordo raggiunto da Pdl, Pd e Udc puo’ essere rispolverato; molto dipendera’ dalla possibilita’ di un’intesa sulla nuova legge elettorale, possibilita’ che si gioca ancora una volta – lamenta Antonio Di Pietro – nelle ‘segrete stanze’.

Bersani ha fatto sapere di non volere piu’ il vecchio centrosinistra: non desidera ‘arruolare’ Monti (cioe’ farne a priori il candidato premier del 2013) ma sondare la possibilita’ di quell’accordo tra area moderata e progressista sulla quale si lavora anche in Europa. Cio’ significa automaticamente isolare le estreme (e infatti cresce l’insofferenza di Vendola e Di Pietro verso i tatticismi della segreteria democratica) e scommettere su un patto che non taglia automaticamente fuori il Pdl ma certo lo mette a rischio spaccatura. I berlusconiani non hanno una strategia precisa di contrasto: se la crisi non migliora le larghe intese sono inevitabili; se migliora, il ritorno all’asse del Nord sa di deja vu, cioe’ di fallimento.

Berlusconi non ha fatto ancora capire come la pensi. L’Europa e’ ormai un vincolo forte anche per lui.

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