Missioni italiane all’estero, Non ci stiamo neanche noi! Bravo Capezzone – di Roberto Pepe

Ha perfettamente ragione Daniele Capezzone quando inveisce contro i nostrani falsi profeti di giornata, pacifisti ad orario – loro sì, carichi di pietas, con le carte in regola – contrapposti ai ”freddi signori della guerra, disumanizzati e disumanizzanti”. Ha perfettamente ragione a gridare: “Non ci sto, non ci stiamo”. In quanto non ci stiamo tutti noi, persone normali, che vivono, che gioiscono, che patiscono e che, purtroppo, ogni tanto soffrono…

E’ la peggiore strumentalizzazione politica e giornalistica che si possa attuare: giocare e sfruttare vittime ed eroi che si immolano, ebbene sì – non sono paroloni spropositati -,  che si offrono eroicamente per la libertà, la democratizzazione, la modernizzazione e per la pace dei popoli nel mondo.

In Italia siamo usi a correre dietro a sensazioni e patimenti che ci assalgono inevitabilmente nel corso della vita e, purtroppo, ci sono gli sciacalli che lo sanno benissimo e giocano a fare i Savonarola, i Masaniello, imbonitori e sollevatori del popolo, a facile prezzo. Poiché l’italiano è un caldo sentimentale che non sa trattenere le proprie emozioni, pare che questi tribuni gioiscano quando accade un triste evento. Sono quelli dell’“io lo avevo detto…”, come se senza di loro il mondo civile vivesse nell’oscurità delle tenebre infernali ed essi rappresentassero la giustizia divina in terra, scavando nell’animo umano. Sono per esempio, quei giornalisti, preparatissimi psicologi, che vanno ad intervistare i parenti delle vittime e domandano: “Che cosa prova, in questo momento?”; oppure con sagacia professionistica: “Sente rancore per quello che faceva suo figlio? Consiglierebbe ad altri giovani di ripartire?". Che cosa si aspettano che rispondano quei poveretti?, "siamo felicissimi! Andate tutti a farvi ammazzare!"?

C’è il tempo per discutere e questo lo si deve fare seriamente, ma mai a ridosso  o forzati da una situazione tragica: si potrebbero commettere errori ancora più terribili. Tra i miei commilitoni d’Accademia militare si distingue bene quello che è un problema tattico operativo immediato, da quella che è la strategia a lunga durata. Il politico deve ragionare come uno stratega, non condizionato da un apprendista stregone-giornalista.

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