Medio Oriente, Gaza: tregua regge ma in Israele cresce malumore

Non per tutti e’ ‘tregua’. Nel cessate il fuoco – che per ora regge – tra Hamas e lo Stato ebraico i cittadini del sud d’Israele, quelli piu’ colpiti dai razzi lanciati nei mesi scorsi e durante l’operazione ‘Colonna di Nuvola’, non nascondono ‘confusione e frustrazione’ e si chiedono se non fosse stato meglio andare fino in fondo. Una frustrazione cavalcata – a due mesi dalle elezioni – anche da una parte dell’opposizione politica, a cominciare da Shaul Mofaz, leader dei centristi di Kadima, che critica il governo Netanyahu per i tempi scelti per la tregua e denuncia il mancato raggiungimento degli obiettivi dell’offensiva.

Di questo senso di frustrazione – che ovviamente non e’ generale ma che secondo un sondaggio della tv Canale 10 porta una maggioranza relativa di israeliani a riconoscere come legittimi i proclami di vittoria di Hamas di queste ore – spunta traccia persino fra gli uomini in divisa. Come dimostra il gruppo di riservisti che in una fotografia shock non ha esitato oggi a sbeffeggiare il premier Netanyahu come ‘un perdente nato, senza attributi’.

Del resto, la maggior parte dei commenti della stampa israeliana, se pure approva sostanzialmente il cessate il fuoco, esprime parecchi dubbi sulla tenuta dell’accordo. Non pochi nutrono un certo ‘scetticismo’ e sono inclini a ritenere l’intesa provvisoria: visto che, come ha notato con l’ex portavoce del governo Avi Pazner (peraltro d’accordo con il si’ alla tregua), e’ mancato il ‘colpo del ko’ contro Hamas.

Conscio dell’approssimarsi delle elezioni politiche di gennaio, Benyamin Netanyahu – alfiere da sempre della linea dura, almeno nelle parole – e’ dovuto scendere direttamente in campo per difendersi: ‘Tutti gli obiettivi sono stati raggiunti’, ha assicurato in risposta alle voci critiche, sostenendo che la tregua ‘e’ la migliore decisione in questo momento’ dopo i pesanti colpi inflitti alle ‘organizzazioni terroristiche’. In ogni modo ha avvisato che se ‘la tregua sara’ violata’ Israele e’ pronto a tornare all’azione.

Il cessate il fuoco, comunque, per ora resiste. Oggi – dopo otto pesanti giorni di raid israeliani e razzi palestinesi, segnati da oltre 160 morti a Gaza e sei in Israele, centinaia di feriti, paura e distruzione – e’ sembrata tornare la calma: anche se la tensione accumulata ha fatto scattare per errore le sirene d’allarme ad Ashqelon.

Sono molti gli analisti a sottolineare che una rottura non serve in questo momento ne’ ad Hamas – che deve decidere cosa fare del ‘credito’ conquistato con il mondo arabo – ne’ ad Israele. Considerazioni che non trattengono pero’ la gente del sud di Israele: ‘I razzi di Hamas sono ancora una minaccia – ha detto Alon Shuster, capo del Consiglio regionale di Sha’ar Hanegev, una delle zone piu’ colpite dalla pioggia di missili – non sappiamo se i gruppi terroristici al di la’ del confine abbiano intenzione, capacita’ o voglia di rispettare il cessate il fuoco. Certo, se le armi taceranno davvero, allora saremo contenti. Ma avremmo preferito farla finita una volta per tutte’ con il gruppo islamico al potere nella Striscia.

Il vicepremier Dan Meridor ha ammesso che ‘molti israeliani avrebbero sperato una continuazione delle operazioni militari’. Un sentimento ‘comprensibile’, ha detto, sottolineando tuttavia che il governo deve ‘avere una visione piu’ ampia e strategica rispetto a quella del singolo cittadino’. ‘Se poi Hamas non dovesse rispettare il cessate il fuoco, allora – ha concluso – tutte le opzioni sarebbero in mano nostra e agli occhi del mondo saremmo ancor piu’ legittimati a rispondere’.

Da Gaza continuano peraltro a risuonare le grida di trionfo dei leader e dei militanti di Hamas, convinti di aver fermato ‘il nemico sionista’ anche grazie al nuovo ruolo di mediazione del Egitto post-Mubarak del Fratello musulmano Mohamed Morsi.

Mentre sul piano diplomatico l’Autorita’ nazionale palestinese del presidente moderato Abu Mazen prova a recuperare posizioni rilanciando – a dispetto dell’opposizione israeliana e dei moniti Usa – l’iniziativa a Palazzo di Vetro per ‘il riconoscimento della Palestina come Stato non membro dell’Onu’: andremo dritti allo scopo, ha tagliato corto oggi il negoziatore capo Saeb Erekat, confermando il 29 novembre come data per la resa dei conti dinanzi all’Assemblea generale.

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