Marò italiani all’estero, Terzi: ‘governo Renzi inconcludente’

Il caso che riguarda i due marò italiani ancora bloccati in India da oltre due anni è fra i principali temi sul tavolo della politica. L’ex ministro degli Affari Esteri del Governo Monti, Giulio Terzi, intervistato dal quotidiano Libero, spiega: “Nel mese di luglio il presidente della Croce Rossa Internazionale ha offerto al governo italiano i buoni uffici dell’organizzazione, e non ha mai avuto risposta. E’ profondamente sbagliato immaginare la risoluzione di una vicenda seria e grave di politica estera attraverso la scorciatoia di una malattia o di un malore pur seri, ma se quell’offerta fosse stata ascoltata, presa in considerazione come doveroso, oggi riportare a casa i marò sarebbe più semplice".

Terzi racconta: “Appena ho avuto notizia di questo incidente, avvenuto fuori dalle acque territoriali indiane, e della richiesta della guardia costiera indiana di far invertire la rotta alla Enrica Lexie per indirizzarla verso il porto di Kochi, ho subito detto che la nave non doveva lasciare le acque internazionali. Mi è apparso subito evidente che dovevamo tenere la nostra nave e i nostri militari in sicurezza". "Mi riferirono che l’incidente si era verificato diverse ore prima, e che la nave aveva già invertito la rotta, eseguendo ordini e indicazioni del ministero della Difesa, perciò si trovava, nel momento in cui mi era stata fatta la prima comunicazione già circondata da unità della guardia costiera indiana, e molto vicino al porto di Kochi. Chiesi subito copia di tutte le comunicazioni intercorse tra Unità di crisi della Farnesina e autorità militari, e dovetti constatare con estremo disappunto il fatto che il ministero della Difesa aveva informato l’Unità di Crisi della Farnesina soltanto parecchie ore dopo".

"A febbraio 2013 – ha sottolineato l’ex ministro – dopo consultazioni interministeriali molto approfondite si decise di chiedere formalmente all’India l’attivazione di un arbitrato consensuale. L’India rispose, che non voleva saperne e reiterò questa risposta negativa ripetutamente". "A quel punto – ha ricordato Terzi – dinanzi ad un atteggiamento indiano completamente negativo, il governo italiano annunciò di voler trattenere in Italia i marò fino a che l’Arbitrato obbligatorio, che parallelamente stavamo attivando, non avesse stabilito quale Paese avesse giurisdizione. Tutti eravamo d’accordo". "Non mi pare che ci fossero dei pericoli – ha affermato -la vicenda veniva finalmente riportata sui binari del Diritto internazionale, certo si apriva formalmente una controversia fra due grandi Paesi, ma c’erano tutti gli estremi per gestirla in modo civile". "Invece il 21 marzo partì una convocazione del presidente del Consiglio per una riunione ristretta e riservata dei ministri più interessati alla vicenda. Il giorno precedente alla convocazione avevo ricevuto un paio di telefonate nelle quali mi si allertava che un collega di governo si stava agitando freneticamente perché temeva per gli interessi economici in India e riteneva che i due marò dovessero essere rispediti indietro immediatamente".

"Mi preparai a sostenere con tutto il dovuto vigore in sede di discussione la validità di una linea che era stata sino a quel punto fortemente condivisa soprattutto dai Ministri della Difesa e della Giustizia, oltre che dal Presidente del Consiglio – ha dichiarato – Ma con profonda tristezza, mi resi conto che ero rimasto solo. Il giorno dopo, il Ministro della Difesa Di Paola e il sottosegretario de Mistura andarono a convincere Latorre e Girone affinché ripartissero. Fornirono garanzie che tutto si sarebbe risolto in poche settimane, sappiamo che non ce n’erano. Per più di un anno si è discusso persino sul fatto se la pena di morte potesse essere applicata o meno. Il governo indiano addirittura smentì su questo punto la Presidenza del Consiglio in maniera a dir poco imbarazzante. Ecco perché decisi di dare le dimissioni. Provai un grande dolore nel constatare di dover rappresentare nel mondo un Paese che si comportava dando così scarso valore alla propria Sovranità e interesse nazionale".

"Quel politico che si agitava – ha proseguito – era Corrado Passera, ma evidentemente Monti, Di Paola e gli altri erano d’accordo. A me risulta che Di Paola e de Mistura oltre che dare garanzie minacciarono pesantemente i due marò". "E’ passato un anno e mezzo da quei momenti, prima c’è stato un inutile governo Letta poi un bellicoso Renzi, che appena insediato chiamò i marò e promise azioni efficaci. Cosa è stato fatto? Non è stato fatto assolutamente nulla", ha concluso l’ex ministro.

RAZZI, SOLO SILVIO PUO’ LIBERARE I MARO’ "Per i maro’ ci vuole Berlusconi, dovrebbero ridargli il passaporto ed e’ fatta. Senza di lui quelli stanno ancora in India , solo Berlusconi li puo’ liberare". Cosi’ Antonio Razzi, senatore di Forza Italia, a La Zanzara su Radio 24. "Questi – dice Razzi – fanno solo chiacchiere, chiacchiere, qui ci vogliono i fatti. A me se mi danno la missione di andare lì ci penso io, col dialogo si risolve tutto, con la cattiveria non si risolve niente. Se mi danno la facolta’ di andarci ci vado per il bene del Paese e per il bene dei cittadini".

SALVINI, IN INDIA MANDIAMOCI RENZI E ALFANO "Renzi e Alfano in India, i Maro’ a casa! Chi pensa prima a immigrati che a nostri concittadini si tolga pure dalle palle". Lo scrive su twitter Matteo Salvini, segretario della Lega nord.

DI MAIO, A CHE SERVE MOGHERINI? "Mi aspettavo che @FedericaMog chiedesse subito il rientro dei #marò a nome dell’#UE portandoli a casa. #inveceniente. A cosa serve Lady Pesc?". Così il vicepresidente della Camera e deputato M5S Luigi Di Maio interpella su twitter il ministro degli Esteri Federica Mogherini, nel nuovo ruolo di Alto commissario per la politica estera europea.

LA MANIFESTAZIONE Manifestazione estemporanea organizzata dalla famiglia Ripa di Meana questa mattina a piazza San Pietro, per sollecitare la liberazione di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri di Marina detenuti in India da oltre due anni e mezzo. "Questa mattina – ha raccontato Carlo Ripa Di Meana, ex commissario e parlamentare europeo – io con mia moglie Marina e mio figlio Andrea, insieme a un’altra decina di persone, abbiamo esposto uno striscione in piazza San Pietro, invocando l’intervento di papa Francesco, affinchè eserciti la sua riconosciuta potenza spirituale" e aiuti i due marò a tornare a casa.

"Ci siamo appellati al Papa – ha aggiunto Ripa di Meana – perchè abbiamo constatato l’assoluta inconsistenza della politica nell’affrontare questa vicenda, eccezion fatta per l’ex ministro Giulio Terzi di Santagata. La nostra iniziativa ha suscitato molta attenzione e la Polizia, in servizio sulla piazza, non ha avuto nulla da obiettare, perchè gli agenti hanno compreso l’intento della nostra iniziativa che continuerà – ha aggiunto – in ogni occasione in cui sarà possibile: dall’udienza del mercoledì alla messa delle domenica". "Riteniamo infatti che solo la voce universale di Papa Francesco e la sua riconosciuta autorevolezza – ha concluso Carlo Ripa di Meana – possano aiutare Latorre e Girone, vista la conclamata inconcludenza delle nostre autorità di governo a partire dal presidente Matteo Renzi e, a seguire, dai ministri Mogherini e Pinotti".