Manovra Monti, Stop ai contributi all’editoria. Finalmente

LA RACCOLTA DELLE TESTATE DEI GIORNALI E SETTIMANALI CATTOLICI LEGATI ALLA FISC E SERVITI DAL SIR

Finalmente. Lo avevamo scritto e chiesto più volte su ItaliaChiamaItalia: perchè, vista la crisi economica che ha colpito l’Italia, non cominciamo, fra le altre cose, ad abolire i contributi all’editoria? Ora ci siamo: la risposta arriva dalla manovra varata dal governo guidato da Mario Monti. Dal 31 dicembre del 2014, stop ai contributi statali – soldi dei contribuenti – a quotidiani, riviste, giornali vari e agenzie di stampa.

I contributi per l’editoria vivranno ancora per due anni, quindi, anche se i primi forti tagli arriveranno già dal 2012. Il governo molto presto riscriverà i regolamenti per "una più rigorosa selezione dell’accesso alle risorse" al fine di ottenere dei "risparmi nella spesa pubblica": tradotto, accedere ai contributi non sarà più così facile. Con la speranza che anche tanti "furbetti", che fino ad oggi hanno ricevuto quattrini per qualche pubblicazione "fantasma", imparino cosa vuol dire stare sul mercato. Oppure, chiudano per sempre.

Le nuove regole entreranno in vigore già fra qualche settimana, con l’inizio del nuovo anno. Se ciò permetterà di risparmiare, "compatibilmente con le esigenze di pareggio di bilancio", e solo se la crisi economica comincerà ad allentare la morsa con cui tiene stretto il nostro Paese, Carlo Malinconico, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria, potrà indirizzare risorse "alla ristrutturazione delle aziende già destinatarie della contribuzione diretta, alla innovazione tecnologica del settore, a contenere l’aumento del costo delle materie prime, all’informatizzazione della rete distributiva".

L’obiettivo di Monti è quello di rispettare la meta, quella del pareggio di bilancio dello Stato entro il 2013. Per questo i contributi all’editoria verranno soppressi (cessano "alla data del 31 dicembre 2014, con riferimento alla gestione 2013"). Si metterà fine così ad un’anomalia tutta italiana: in nessuna altra parte del mondo, infatti, lo Stato destina risorse pubbliche alla stampa. Chi riuscirà a stare sul mercato, chi farà un miglior prodotto, chi riuscirà ad autofinanziarsi, vincerà. Tutti gli altri, saranno costretti a chiudere. L’elemosina di Stato, a quanto pare, è finita.

E non è vero che solo i giornali di Berlusconi o di De Benedetti sopravviveranno: un esempio è "Il Fatto Quotidiano", che non prende contributi ma che è cresciuto in fretta e continua a conquistare fette di mercato. Perchè è un prodotto che – a un certo pubblico – piace.

Ora si continui sulla strada del risparmio, tagliando per esempio il numero del parlamentari (la metà basta) e i loro stipendi.

FINI LO AVEVA CHIESTO LO SCORSO GIUGNO Gianfranco Fini, presidente della Camera, lo scorso giugno riteneva "auspicabili" nuove regole nel campo dell’editoria. In particolar modo, "nuove politiche pubbliche in grado di far cessare, in modo progressivo, i contributi diretti e di accompagnare il processo di digitalizzazione e lo sbarco sul web con iniziative selettive finalizzate a incentivare gli investimenti tecnologici". Ciò che si propone il Sottosegretario Malinconico, quando spiega che, se avanzeranno risorse a seguito dei tagli che cominceranno già dal 2012, si potranno dedicare "alla innovazione tecnologica del settore". Vuoi vedere che in Italia si comincia a pensare davvero all’informazione online? In ogni caso, ribadiamo: dal 1 gennaio 2014, stop ai contributi all’editoria, di qualsiasi tipo.

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