Il magistrato Alfonso Sabella, “Riina? Lo Stato non è la mafia”

“Non si vendica e non fa ritorsioni. Sensato il richiamo della Cassazione, abbiamo già perso una occasione con Provenzano”

Totò Riina, com'era e com'è oggi

Il magistrato Alfonso Sabella è intervenuto stamattina ai microfoni di Radio Cusano Campus. Sabella, cacciatore di mafiosi, ‘condannato a morte da Riina’ per aver fatto prendere l’ergastolo al figlio, autore, tra gli altri, dell’arresto di Giovanni Brusca, ha così commentato la decisione della Cassazione sul Capo dei Capi: “Fui condannato a morte da Riina per l’arresto del figlio maggiore, Giovanni, che avevo arrestato e fatto condannare a morte per vari omicidi che aveva commesso, tra cui uno strangolamento, cui lo aveva indotto lo zio Leoluca Bagarella, che doveva insegnare al ragazzo come si faceva, qual era la tradizione di famiglia. La questione proposta dalla Cassazione è molto seria e va affrontata con la testa, non con la pancia. Bisogna rispettare le leggi. La Cassazione non ha detto di scarcerare Riina, ha semplicemente detto che ciascuno ha diritto di morire con dignità e che bisogna valutare se la struttura penitenziaria sia in grado di assicurargli le cure necessarie”.

“Non c’è niente di strano, è chiaro che siccome la cosa riguarda Riina si accendono i riflettori sul caso. Ricordiamoci che noi viviamo in un ordinamento civile, lo Stato non è la mafia, lo Stato non si vendica, non facciamo vendette tribali nè possiamo legittimare forme di tortura. Le pene, lo dice chiaramente la Costituzione, nell’articolo 27, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. La dichiarazione dei diritti dell’uomo dice che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e diritti e che nessun individuo deve essere sottoposto a tortura o a trattamento che lo privi dei diritti umani. Da Stato noi questi principi li dobbiamo applicare, è questo che ci differenzia dalla mafia e dalle organizzazioni criminali”.

Sabella torna anche sul Caso Provenzano: “Da Stato, perdemmo un’occasione. Mi sono speso pubblicamente dicendo che andava revocato il 41bis a Bernardo Provenzano. Non perché fossi buono, ho mandato in carcere centinaia di mafiosi, ma solo perché temo per il futuro del 41 bis, un regime penitenziario molto più duro e molto più rigido di quello normale, imposto ai criminali per cui sussiste un concreto pericolo che continuino a dirigere dal carcere le organizzazioni criminali cui erano a capo. E’ importante, è uno strumento giuridico introdotto a cavallo tra le stragi di Capaci e via D’Amelio che ha permesso di avere una serie di risultati straordinari nel contrasto alla lotta alla mafia, anche se viola palesemente tutta una serie di diritti umani, viola palesemente alcuni aspetti della dignità umana. Ma è un costo che la corte costituzionale e la corte europea dei diritti dell’uomo hanno salvato perché in ballo c’è l’ordine e la sicurezza pubblica”.

“Abbiamo perso un’occasione unica per dire che veramente queste erano le ragioni del 41 bis con il caso Provenzano. Lui era incapace di intendere e volere, era un vegetale, non era più capace di articolare un pensiero tale da poter dare un ordine all’interno del carcere. Doveva, a mio avviso, restare in carcere ma non al 41 bis. Andando avanti di questo passo rischiamo di perdere lo strumento del 41 bis. Nel momento in cui arriverà una sentenza della corte costituzionale o della corte europea dei diritti dell’uomo che ci dice che il 41 bis non lo stiamo applicando per i motivi che diciamo, ma semplicemente come strumento di vendetta tribale, di ritorsione o addirittura di tortura. Il richiamo della Cassazione è sensatissimo e doveroso. Non dobbiamo lasciarci mai prendere da sentimenti di pancia. Non possiamo infliggere gratuiti trattamenti inumani e degradanti agli esseri umani, anche se si tratta di mezzi di merda. Hanno diritto di morire con dignità e di vivere la carcerazione con dignità”.