Mafia, quando lo Stato scese a patti

Nel marzo 1992 il capo della polizia Vincenzo Parisi aveva dato l’allarme: la mafia si apprestava a dare il via a una ‘campagna terroristica’. Il segnale era dato dall’uccisione, quattro giorni prima, dell’ eurodeputato dc Salvo Lima: non era riuscito a ‘garantire’ in Cassazione i boss condannati al maxiprocesso. Lima era il primo di una ‘lista nera’ di ministri e politici (tra cui Calogero Mannino e Carlo Vizzini) che Cosa nostra aveva deciso di eliminare. Era una minaccia seria che spaventava lo Stato. Sarebbe cominciata in quel momento – secondo la tesi dell’a Procura di Palermo – una trattativa per fermare l’attacco proseguito invece con la strage di Capaci del 23 maggio 1992. Una settimana dopo un ufficiale del Ros, il capitano Giuseppe De Donno, aveva avviato un dialogo con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Cosa chiedeva la mafia per fermare le bombe? La risposta era arrivata nella forma di un ‘papello’: tra le dodici richieste anche l’attenuazione del regime carcerario del 41 bis. Alla fine di giugno De Donno e il capo del Ros, il generale Mario Mori, parlarono con Liliana Ferraro, capo di gabinetto di Claudio Martelli ministro della giustizia, dei colloqui avuti con Ciancimino. Il ‘patto’ che si profilava aveva pero’ – secondo gli inquirenti – un fiero avversario, Paolo Borsellino, che avrebbe appreso dalla Ferraro dei contatti con l’ex sindaco mafioso. Per questo Cosa Nostra, che gia’ ne aveva deciso l’ eliminazione, avrebbe accelerato i tempi della strage di via D’Amelio. Chiara la strategia: con le bombe avrebbe alzato il prezzo del ricatto. Questo il senso degli attentati del 1993 compiuti, oltre che a Firenze, a Roma e Milano. Le nuove bombe furono precedute nel marzo 1993 da una lettera di familiari di detenuti al capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Chiedevano un’attenuazione del carcere duro e la testa del ‘dittatore’ Nicolo’ Amato, direttore dell’amministrazione penitenziaria.

Intanto, il primo luglio del ’92, al ministero dell’Interno Nicola Mancino aveva sostituito Vincenzo Scotti. Il 12 febbraio 1993 Giovanni Conso avrebbe sostituito Martelli alla Giustizia. E il 5 giugno 1993 rotazione anche al Dap: Amato e il suo vice Edoardo Fazzioli vengono sostituiti con Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio. Proprio Capriotti proporra’ a Conso il 26 giugno 1993 di non prorogare i 41 bis in scadenza per ‘dare un segnale positivo di distensione nelle carceri’. Momento cruciale del ‘nuovo corso’ sarebbe stata la mancata proroga di 326 provvedimenti di carcere duro. Era il 4 novembre 1993. Il 16 maggio Maurizio Costanzo era sfuggito a un attentato. Altre revoche saranno decise nel 1994, l’anno in cui era fallita per caso una strage di carabinieri vicino allo stadio Olimpico di Roma.

Dell’esistenza di una ‘trattativa’ non ha parlato solo Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, ma anche Giovanni Brusca mentre un altro pentito, Gaspare Spatuzza, ha chiamato in causa Marcello Dell’Utri come il nuovo ‘mediatore’ tra la mafia e lo Stato a partire dal 1994. Per la parte che riguarda la fase iniziale del ‘dialogo’ l’inchiesta della Procura di Palermo ha portato alla luce un contrasto tra Martelli e Mancino. Martelli ha detto di averne parlato al collega ai primi di luglio, Mancino ha negato e per questo e’ indagato per falsa testimonianza. Le contestazioni dei magistrati sono all’origine dei suoi colloqui, intercettati, con il Quirinale. Mancino era interessato a interventi dall’alto per il ‘coordinamento’ delle indagini di diverse Procure sul tema della trattativa. Le polemiche hanno toccato pure il capo dello Stato, ma Napolitano – che ha sollevato il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura di Palermo – ha sempre assicurato di avere agito con la massima correttezza in risposta a una ‘campagna di sospetti costruita sul nulla’.

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