Lo stop della NBA? L’ennesima ingiustizia – di Roberto Zanni

La NBA si ferma, due settimane per ora, dall’1 al 14 novembre non ci saranno le partite in programma, tutto cancellato perchè dopo l’ennesimo incontro non è stata trovata una intesa, non c’è il contratto, proprietari e giocatori sono ancora divisi. E questa decisione presa dal commissioner Stern, che si aggiunge a tutta la preseason già annullaata in precedenza, potrebbe essere solo l’inizio, in quanto la guerra tra proprietari e giocatori non sembra, almeno per il momento, trovare sbocchi.

E senza accordo e senza basket le due parti si lamentano: i proprietari dicono che perderanno centinaia di milioni di dollari, i giocatori ribattono che ci rimetteranno 350 milioni di dollari per ogni mese di stop. Tutti piangono, o fanno finta di piangere, ma i veri colpiti da questa battaglia che appare per certi versi assurda, soprattutto per il momento in cui la società americana sta vivendo, sono altri. Infatti non si tratta soltanto di una questione tra proprietari e giocatori. Lo stop della NBA coinvolgerà una serie infinità di attività ad essa legate e ovviamente un numero elevatissimo di lavoratori. In un momento poi così complicato per l’economia americana, con il tasso di disoccupazione che non riesce a scendere e che, sono le ultime stime, rimane ancorato al 9,1% ecco che a causa di questo conflitto migliaia di lavoratori rischiano di aggiungersi ai 14 milioni di disoccupati degli Stati Uniti. In tutti i campi.

Innanzitutto le arene: sono 29, in quanto Los Angeles, lo Staples Center, ospita due squadre, i Lakers e i Clippers. E proprio qui cominciano i problemi più grossi. Se tutta la stagione dovesse saltare si perderebbero 82 incontri. La grande apprensione che ormai da settimane stanno vivendo i lavoratori è testimoniata da Mike Garcia, presidente della SEIU-United Service Workers West Union, impresa che occupa 1.000 lavoratori e che si occupa, in California oltre che dello Staples Center di Los Angeles, anche dell’Oracle Arena di Oakland e del Power Balance Pavilion di Sacramento. «Devastante per i nostri impiegati – così riassume la situazione – queste persone dipendono davvero dal loro lavoro». Si tratta di addetti alle pulizie, di impiegati che si sistemano ai botteghini, lavori che fruttano non più di 11 dollari l’ora, ma che diventano essenziali in certi momenti.

La NBA, il basket, come qualsiasi altro sport professionistico negli Stati Uniti, non è solo sport nel senso stretto della parola, ma racchiude una serie si può dire infinita di attività. A Los Angeles, per esempio, solo per quello che riguarda il settore ristorazione, allo Staples Center quando ci sono le partite di basket lavorano 700 addetti e in mancanza della NBA potrebbero se non perdere il lavoro, almeno fermarsi per qualche tempo, in attesa di un ritorno alla normalità. Cancellare tutta l’attività della stagione 2011-2012, provocherebbe danni enormi: sempre riguardo alla ristorazione, settore fondamentale, la Levy Restaurants, ha l’appalto in 17 delle 29 arene degli USA: cosa succederebbe con un anno di sosta, dopo che già tutta l’attività di preseason è stata cancellata? Non esistono negli States attualmente spettacoli, o artisti, che possano garantire il tutto esaurito come succede sempre per la NBA. Il basket offre il pienone dappertutto, per almeno sei mesi, senza contare i playoff, ecco che una serrata prolungata avrebbe ripercussioni inimmaginabili. Attualmente solo Lady Gaga, Taylor Swfit e gli U2 possono vantare lo stesso ‘peso’, ma naturalmente non possono garantire una stagione della lunghezza di quella della NBA. Ecco che allora a cominciare dalle arene il danno economico sarebbe veramente di dimensioni impressionanti. A Los Angeles, per fare solo l’esempio dei Lakers, l’affitto dello Staples Center viene pagato con una quota, imprecisata, dei biglietti venduti, e dal momento che i prezzi lì sono i più alti di tutta la NBA e che il pienone è sempre garantito, si fa presto a capire che si tratta, per ognuna delle 41 partite giocate (anzi, che si dovrebbero giocare) in casa una cifra molto considerevole. È stato calcolato infatti che solo per quello che riguarda le arene se tutta la stagione dovesse saltare la perdita raggiungerebbe il miliardo di dollari. Ma si tratta ovviamente soltanto dell’inizio perchè le attività correlate a una partita di basket della NBA sono innumerevoli: parcheggi, alberghi, ristoranti, bar e l’elenco potrebbe continuare. «L’impatto economico dei Blazers nell’area di Portland – ha spiegato Drew Mahalic presidente della Oregon Sports Authority – è valutabile in decine di milioni di dollari e la mancanza degli incontri si tradurrebbe in un danno incalcolabile, per una serie numerosissima di attività commerciali». A cominciare dal Rose Garden, l’impianto che ospita i Portland Blazers: per ogni partita vengono impiegati 900 lavoratori, cosa succederebbe se per sei mesi l’attività dovesse fermarsi?. Più precisi invece sono stati ad Oklahoma City: l’impatto economico sulla città di ogni partita dei Thunder è valutabile in 1,28 milioni di dollari che moltiplicato per 41, gli incontri casalinghi, fa 52 milioni e mezzo di dollari. Numeri che si accavallano, che diventano sempre più grandi ogni minuto che il lockout va avanti e ormai sono più di 100 giorni.

Una situazione simile a quella che si è verificata qualche mese fa con il football americano. Anche la NFL si era bloccata, ma qui soltanto quando l’attività era ferma, i colloqui e gli accordi decisivi sono arrivati tra luglio e agosto, quando l’attività non era ancora cominciata. Non è stata cancellata nessuna partita nella NFL, anche se le previsioni erano catastrofiche: se davvero non si fosse giocata la stagione le città che hanno una squadra di football americano avrebbero perso 160 milioni di dollari ciascuna. Una cifra sicuramente superiore se paragonata alla NBA, ma che deve far riflettere: a giocare non ci sono solo proprietari e atleti. Loro si combattono per milioni di dollari, chi invece scalda una pizza, vende una maglietta o controlla un biglietto al tavolo delle contrattazioni non è ammesso, guadagna poche decine di dollari per ogni partita ed è il primo a rimetterci se tutto si ferma. Ma questo, come sempre non conta nulla.

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