Liberalizzazioni, Monti poteva fare molto di più – di Mario Galardi

Il deludente decreto del governo Monti sulle liberalizzazioni merita qualche commento addizionale.  Iniziamo da farmacie e notai, che cresceranno di numero. Ci sembra di poter prevedere che l’aumento, per decisione dall’alto, del numero di farmacie e di notai, non comporterà necessariamente una riduzione dei prezzi dei farmaci, nè delle parcelle. Nel caso delle farmacie, un loro maggior numero significherà un minor volume di vendite per farmacia, il che fa ritenere che i prezzi potranno crescere, piuttosto che diminuire. Basta pensare che la grande distribuzione e i supermarket nacquero proprio perchè consentono economie di scala e la riduzione dei costi di distribuzione. Quanto ai cinquecento nuovi notai, significa che ce ne sarà uno aggiuntivo ogni 120.000 abitanti. Ci domandiamo: ma davvero c’è qualcuno che in buona fede può credere che la presenza di un notaio in più, dicasi in una città di 120.000 abitanti, possa comportare una sostanziale riduzione dei costi, per coloro che al notaio sono obbligati per legge a ricorrere? Chi scrive ritiene che anche in questo caso le cose resteranno come sono, o che peggioreranno.

Liberalizzare vuol dire ben altro. Per le farmacie sarebbe stato necessario creare le condizioni per una reale concorrenza sui prezzi dei farmaci. Per i notai occorrerebbe metter mano ad una profonda riforma, che metta in discussione il regime legislativo-burocratico che riguarda la loro attività.

Continuiamo con il decreto liberalizzazioni. E’ stata istituita la nuova Autorità dei Trasporti. Già dal nome, autorità e liberalizzazione ci sembrano in conflitto. Si farà così posto a qualche nuovo alto burocrate dello Stato e al suo seguito di uffici e di dipendenti (questo mi ricorda l’Osservatorio della TAV, istituito nel 2006. Sarebbe bene sapere cosa abbia “osservato” in tutti questi anni, quanto sia costato finora e che risultati concreti abbia fornito. Da quanto si sa, i lavori della Tav sono fermi o vanno molto a rilento).

Lo stesso dicasi dell’appena istituito Tribunale delle Imprese. Invece di affrontare una reale riforma della Giustizia, si aggiunge un nuovo organo giudiziario, che andrà ad inserirsi in una realtà già sufficientemente complessa e dal comprovato pessimo funzionamento.

Dei taxi non varrebbe la pena di parlare. Va bene consentirne un maggior numero, ma ritenere che questo possa comportare un aumento del PIL, fa dubitare della scienza del Professore Senatore Mario Monti (come lui stesso ama qualificarsi, si veda il suo discorso di presentazione del governo).

Le riforme sostanziali che gli italiani attendevano, riguardavano in primo luogo le banche e l’energia. Per le banche, si legge solo che il decreto prevede un tetto per le commissioni bancomat e un menù di assicurazioni per chi stipula un mutuo. In realtà poco o nulla. Ma dal ministro Passera, fino a ieri amministratore delegato della più grande banca italiana, era da ingenui aspettarsi di piú.

Per il prezzo del gas, si è deciso che entro uno o due anni (campa cavallo) “si ridurrà la dipendenza automatica” dal prezzo del petrolio. Ma se i prezzi mondiali del petrolio e del gas cresceranno, state sicuri che, pur se non in forma “automatica”, i prezzi in Italia cresceranno lo stesso, a meno che lo Stato riduca le accise, cosa che si guarda bene dal fare. Per i carburanti, sempre tra uno o due anni (ricampa cavallo), dovranno esserci contratti di distribuzione “non in esclusiva”. Ci domandiamo: ma se attualmente i prezzi di tutte le marche sono simili, quale riduzione di prezzi alla pompa si potrà mai ottenere con i contratti non in esclusiva? Forse di qualche centesimo.

Per l’energia elettrica, una cosa da decidere subito sarebbe quella di eliminare i sussidi alle inutili e dannose energie alternative dell’eolico e del fotovoltaico, che incrementano innecessariamente i costi delle bollette (e molti cittadini neppure lo sanno). E sarebbe bene pensare ad iniziare un reale cammino per ridurre la dipendenza energetica dell’Italia, ritornando al nucleare. Su questo il governo ha dimostrato una timida disponibilità, ma, dopo lo sciagurato referendum e conoscendo con quale classe politica abbiamo a che fare, nutriamo poche speranze. Temiamo che sarà una questione che lasceremo in eredità negativa ai nostri figli e nipoti. E intanto l’Italia, le imprese e i cittadini continueranno a dissanguarsi economicamente con i costi di gas, carburanti ed energia elettrica più cari del mondo.

Occorrerà ora attendere i prossimi decreti su lavoro, concorrenza e infrastrutture, sperando che abbiano una maggior audacia e concretezza. Ma, quanto alle liberalizzazioni, la delusione è grande. Se neppure un governo di tecnici, che gode dell’appoggio di una stragrande maggioranza parlamentare, di quello del capo dello Stato, e perfino della benedizione del Papa, è in grado di incidere più a fondo in un Paese immobilizzato da decenni di eterne discussioni, di veti incrociati, di ribaltoni, di improduttive “consultazioni delle parti sociali”, ci riesce difficile mantenere un minimo di ottimismo, e si conferma lo scetticismo con cui avevamo accolto la nascita di questo governo che, di veramente concreto, fino ad oggi ha solamente aumentato le tasse.

Intanto nessuno parla più delle riforme più importanti: il federalismo fiscale, su cui si faceva grande affidamento per la riduzione della spesa e del debito pubblico, e la riforma della Costituzione, compresa la figura del premier e la riduzione del numero dei parlamentari. Non saranno le nuove farmacie, i nuovi notai o i benzinai plurimandatari, che varranno a sostituirle.

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