L’ex ministro Calenda: “Pd in stato comatoso, sono incartati”

“Fazioni, sospetti: il Pd sembra l'Europa, non decide perché non ci fidiamo uno dell'altro". Renzi? "Eravamo e siamo amici, la sintonia si è interrotta di colpo. Un giorno ha smesso di rispondermi”

Carlo Calenda, ex ministro, uno che ha preso la tessera del Pd il giorno dopo la sconfitta elettorale, intervistato dal quotidiano La Verità di Maurizio Belpietro, commenta lo “stato comatoso” – parole sue – Partito Democratico: “Sono incartati. Fazioni, sospetti: il Pd sembra l’Europa, non decide perché non ci fidiamo uno dell’altro”.

Peggio il Pd romano o la Confindustria romana? “Il Pd. Non sono in grado di organizzare una mobilitazione contro la Raggi. Fallo sulle buche, su Spelacchio, sul bilancio, ma fallo, santo Dio! Un partito che non porta in piazza nessuno non è un partito”.

Renzi? “Eravamo e siamo amici, la sintonia si è interrotta di colpo. Un giorno ha smesso di rispondermi. Poi, alti e bassi. Pur stimando Maria Elena Boschi e Luca Lotti, penso di essere entrato in rotta di collisione soprattutto con loro”, “Renzi è uno dei migliori presidenti del Consiglio recenti e un pessimo leader di partito. Ora c’è un riavvicinamento. Sul referendum e alle elezioni io mi sono rotto la schiena… Ci sentiamo spesso ma parliamo poco di politica. Ha tanti difetti ma un pregio: l’ambizione di fare cose grandi per il Paese”. II Giglio magico? “Hanno molte capacità. Ma la loro dimensione è sempre: con me o contro di me”.

Secondo Calenda stiamo vivendo “un punto di non ritorno. Per la prima volta nella storia i tempi della rivoluzione tecnologica sono così rapidi che rischiamo di essere travolti”, “entro dieci anni il 20% dei vecchi lavori sparirà, il 75% di quelli nuovi non esiste ancora. Le persone espulse non avranno possibilità di riconvertirsi in tempo a meno di rimettere in campo lo Stato”, “l’innovazione sembra essere sul punto di prendere il controllo sull’uomo, la paura si diffonde, la democrazia diventa a rischio”, “protezioni, investimenti e conoscenza sono le mie parole d’ordine” per la rifondazione di un nuovo centrosinistra.

Interrogato su come arrivò in Ferrari, ammette: “Con una raccomandazione. Mio padre conosceva Montezemolo. Entrai con stage non pagato di un anno: il miglior investimento della mia vita”, “in un anno sono passato dalla condizione di stagista a quella di manager. Era partito Internet. Mi inventai un sito per i clienti. Andai da Montezemolo a spiegare e lui mi disse: ‘Bello. Assumi le persone che ti servono e realizzalo'”. E sulla sua esperienza in politica riserva un’altra confessione: “Ho co-fondato Scelta civica e mi sono auto-trombato, mettendomi in un posto che pensavo sicuro. A questo giro ho preferito evitare”.

Su Di Maio che mette la tassa sulle delocalizzazioni, commenta: “Idiozia: se imponi una penale del 20%, le imprese straniere smetteranno di investire. Bisogna investire su competenze e tecnologia ma anche salvare l’alluminio dell’Alcoa e l’Ilva con 5 miliardi di investimento privato”. Poi il caso Ilva sul quale Di Maio chiede due mesi di studio: “Follia. Da due anni il M5s si oppone al progetto: non l’hanno manco letto? Possiamo permetterci 70 milioni di perdite per le ripetizioni a Di Maio?”. E i dazi? “Non hanno funzionato nemmeno negli anni Trenta. Siamo un Paese esportatore e trasformatore. Nell’agroalimentare autarchia vuol dire chiudere un settore. E non ratificare il Ceta è un errore. I dazi si mettono quando c’è concorrenza sleale”.

Matteo Salvini? “Un furbacchione che gioca su Facebook con le paure. L’Italia ha sempre avuto un problema di percezione di scarsa serietà della classe dirigente. Di Maio e Salvini rappresentano il punto più basso” afferma. Non manca la critica a M5s: “Come la Raggi a Roma, non decidono… Io le dicevo: studiamo i dossier insieme. Lei chiedeva 3 miliardi. Non funziona così”.