Legge elettorale, Renzi: mai più larghe intese, chi vince governa

Un "lavoro molto serio e articolato". Cosi’ Matteo Renzi presenta in conferenza stampa i provvedimenti approvati oggi dal Cdm che vanno sotto il titolo di un hashtag, #lasvoltabuona. Renzi si presenta sul palco di Palazzo Chigi in un seggio montato ad hoc, servendosi di slide e di uno speciale videoproiettore sul modello del discorso di Barack Obama sullo stato dell’Unione. "Per cambiare l’Europa dobbiamo cambiare noi stessi. Chi dice invece che ‘si e’ sempre fatto così’ diventa nostro nemico", dice il premier, confermando "cento giorni di lotta molto dura per cambiare nel mese di aprile la Pa, a maggio il fisco, poi la giustizia".

"Politica 1 – Disfattismo 0". Questo il risultato della partita sulla legge elettorale che si è giocata alla Camera secondo il premier Matteo Renzi. Come spesso ha fatto il presidente del Consiglio festeggia su twitter la sua vittoria politica che poi in conferenza stampa definisce "una rivoluzione impressionante per l’Italia" perché "con questa legge c’è un cambio culturale, c’è un vincitore sempre". E soprattutto non ci saranno "mai più larghe intese, chi vince governa cinque anni".

”Avevo detto che la legge elettorale sarebbe stata approvata alla Camera entro il 28 febbraio, è arrivata con 12 giorni di ritardo, scusate – ironizza – non importa se erano 8 anni che attendevamo” e "a differenza di quanto dicevano i gufi, oggi la legge elettorale è passata con 200 voti di scarto". L’aula della Camera infatti ha dato il via libera in prima lettura alla riforma elettorale con 365 voti a favore, 156 contrari e 40 astenuti. Hanno detto sì Pd, Forza Italia, Nuovo Centrodestra, Psi e le minoranze linguistiche. No da M5S, Lega Nord, Sel, Fratelli d’Italia, Centro democratico e Popolari per l’Italia. Astenuti invece i deputati di Scelta civica, mentre in dissenso dal proprio gruppo ha votato contro la legge elettorale Michaela Biancofiore (FI) a causa del sistema uninominale scelto per il voto in Trentino Alto Adige.

Tuttavia la battaglia che si è consumata negli ultimi giorni a Montecitorio, in particolare all’interno del Pd sulle norme che miravano a introdurre la parità di genere nella legge elettorale, ha trascinato le sue macerie anche nella giornata di oggi e a dare il senso di quanto accaduto ci ha pensato l’ex segretario Pd Pierluigi Bersani: "Sento parlare di complotti", ha detto Bersani ai cronisti a Montecitorio dopo il voto, "a Renzi sembrerà strano ma c’è gente che non sa cosa voglia dire complotti". Il premier in un’intervista a "la Repubblica" di oggi aveva accusato una parte del Partito democratico di complottare per farlo fuori e di aver usato le norme sulla parità di genere nella legge elettorale come pretesto per dimostrare che lui non ha il controllo del partito. "Credo che Renzi – ha aggiunto Bersani – farebbe bene a ringraziare i deputati e le deputate del Pd che nonostante problemi molto seri e obiezioni hanno votato" e alla fine "il Gruppo ha tenuto".

Ma se la battaglia è persa la guerra continua e così Bersani ha sottolineato che "questa legge va migliorata, a cominciare dalla parità di genere ma senza fermarsi qui". L’ex segretario ha messo in evidenza la necessità di intervenire su più punti del testo, "sulle soglie" e "su quello che possiamo definire il rapporto tra cittadini e eletti". "Voglio credere che il Senato ci metta mano", ha aggiunto Bersani, "capisco intese e accordi ma non c’è nessuna ragione perché Berlusconi debba avere l’ultima parola". E tanto per essere chiaro, a chi gli chiede se sosterrà Matteo Renzi ha risposto: "Io sono leale, se ho qualcosa da dire, la dico a Renzi come la dicevo a Letta. Ho salvato il mio cervello per un pelo, è chiaro che non voglio consegnarlo adesso".

Anche per Gianni Cuperlo, leader della minoranza, "l’Italicum come è uscito dalla Camera non è ancora buona legge, quindi occorre modificarlo al Senato per evitare guasti profondi alla nostra democrazia, ma nel Pd tutti sono consapevoli che il congresso è finito e quindi Renzi eviti di parlare di complotti".

A spiegare in aula alla Camera il sì "convinto" del Partito democratico alla legge frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi è stato il capogruppo a Montecitorio Roberto Speranza: "Oggi finalmente con questo voto avviamo il treno delle riforme e il punto politico più rilevante è l’impegno solenne a fare le riforme che il Paese aspetta, basta parole ma fatti che ci consentano finalmente di dire agli italiani che la politica ce la può fare".

Convinzione a parte, tuttavia, il Partito democratico al Senato lavorerà per apportare quei cambiamenti che sono necessari, a cominciare dalle norme sulla parità di genere: per il Pd un maggior equilibrio di genere nel sistema elettorale sarà "la priorità assoluta al Senato e non consentiremo che nessun accordo ci fermi", ha detto Speranza. Una presa di posizione forte, alla quale ha risposto a stretto giro Massimo Parisi di Forza Italia, che a nome del partito in aula ha sentenziato: "Non accetteremo che il Senato stravolga il contenuto del provvedimento. Noi non staremo sereni fino a che l’ultima virgola del testo avrà il sigillo finale. Non accetteremo altri accordi al ribasso".

La legge, ha sottolineato Parisi, è "figlia di compromessi dettati dai problemi della maggioranza" e non è certo "il Forza Italicum, ma abbiamo fatto molti passi verso idee diverse dalle nostre, come il ballottaggio e l’innalzamento del quorum per il premio di maggioranza". Critiche alla legge elettorale così come è uscita dalla Camera sono arrivate anche dall’alleato di maggioranza (questa volta di governo) Nuovo Centrodestra: sulle soglie, sulla mancanza delle preferenze, sul sistema di ripartizione dei seggi. E la capogruppo Nunzia De Girolamo ha avvertito: "Questo rischia di non essere l’Italicum bensì un Gamberum che invece di fare un passo in avanti ne fa due indietro, ma attenzione però che il gambero rischia di finire in padella o nell’acqua bollente".

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