Le nuove sfide degli italiani all’estero, le ragioni dei popoli

L’inadeguatezza e l’impreparazione culturale dei nostri eletti all’estero rende marginale la nostra presenza e la nostra capacità di incidere nel dibattito politico

“Come nel Medioevo le tradizioni e le superstizioni avevano prodotto una quasi impenetrabile rete di vincoli e remore, così oggi le nuove superstizioni, prodotto artificiale della moderna civiltà ipertecnologica e postmoderna, si calano sulla realtà nella forma di una ragnatela ugualmente fitta di nuove infinite regole e inutili e sovrapposte servitù, di artificiose e forzose convenzioni ideologiche, politiche, culturali, tutte comunque capaci di impedire la piena realizzazione dello spirito umano e della convivenza civile. Ci si può liberare da questi vincoli, ma solo a partire da un nuovo Rinascimento, perché come nel passato la politica e l’arte tornino a essere lotta per la libertà contro la tirannide, ma anche antitesi e rivoluzione come costruzione dell’avvenire…”.

Con queste parole si apre l’originale manifesto culturale e politico scritto a quattro mani da Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti, e destinato a far discutere: da una nuova idea di Europa al problema dei migranti, dallo Ius Soli al recupero e alla valorizzazione dei beni artistici. Il rinascimento nacque in Italia: sarebbe bene ricordarlo in un momento in cui stiamo vivendo un neo-medioevo culturale.

Il vecchio mondo è scomparso e il nuovo mondo presenta molte contraddizioni, la globalizzazione è entrata prepotentemente in Europa e il “fantasma della povertà” ha aumentato insicurezze e paure.

L’Europa dei burocrati e dei banchieri ha tentato di imporre un modello giacobino e nichilista che tende ad annullare storie, tradizioni e culture per costruire l’uomo nuovo forgiato con il pensiero unico del “politicamente corretto”.

In Italia il governo Monti rappresentò il punto più basso raggiunto dalla politica italiana: un governo voluto dallo straniero, che ci ha obbligato non solo a pagare il conto delle perdite bancarie di Francia e Germania, ma che ci ha anche imposto il fiscal compact e il bail-in che rappresenta il tradimento del rapporto fiduciario tra banche e risparmiatori.

La politica italiana non finisce mai di dare il peggio di sé: in questi giorni alcuni ministri e deputati della maggioranza hanno iniziato uno sciopero della fame per chiedere l’approvazione dello ius soli in Parlamento. Noi italiani all’estero su questi temi abbiamo qualcosa da dire.

Noi siamo gli eredi di quella generazione che partì con le valigie di cartone all’inizio del XX secolo, che seppe integrarsi con successo nei paesi d’adozione. Siamo i portatori di una cultura millenaria, siamo la capitale mondiale della cultura. Gli italiani all’estero hanno dimostrato cosa significhi la parola integrazione.

È curioso che la classe politica di questo Paese non faccia tesoro dell’esperienza degli italiani nel mondo: la cittadinanza non si regala, non si ottiene automaticamente. Si acquisisce dopo aver dimostrato di essersi integrati, dopo aver compiuto un ciclo di studi, dopo aver imparato la lingua, dopo aver messo da parte le tentazioni identitarie. Lo ius culturae contrapposto allo ius soli.

L’Occidente è portatore di valori universali, non negoziabili: la libertà, la parità tra uomo e donna, il rispetto delle minoranze.

In Occidente non si praticano le mutilazioni genitali femminili, non si lapidano le donne adultere, non si impiccano i gay, non è tollerata la burqa, non c’è spazio per i tribunali islamici.

Noi italiani all’estero ci siamo conquistati stima e rispetto con il lavoro e la cultura pagando in alcuni casi, come a Marcinelle, un tributo altissimo alla nostra volontà di riscatto sociale.

Il dibattito sullo ius soli e sui destini dell’Europa dovrebbe vederci protagonisti. Purtroppo l’inadeguatezza e l’impreparazione culturale dei nostri eletti all’estero rende marginale la nostra presenza e la nostra capacità di incidere nel dibattito politico.

Anche recentemente si è parlato di italiani nel mondo per mettere in risalto comportamenti indegni della funzione istituzionale. Il bilancio dei nostri eletti all’estero è fortemente deficitario; non incidono, non propongono, non contano nulla, fanno ridere. Chi ha capacità non ha voti e clientele, chi ha voti e clientele non ha le capacità. In questo contesto probabilmente la proposta di includere residenti in Italia nelle liste estere rappresenterebbe il male minore. Forse i partiti, in un sussulto di dignità, ci eviterebbero l’umiliazione di vederci rappresentare dai personaggi che hanno disonorato lo spirito, il pensiero e la memoria di Mirko Tremaglia.

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