Lavoro, se il governo Renzi dimentica i giovani – di Giovanni Longu

Nel corso della visita di Stato di questi giorni del presidente francese Hollande, la folta delegazione che l’accompagna sta dimostrando grande interesse al sistema di formazione professionale svizzero. La Francia, che ha un tasso di disoccupazione giovanile molto inferiore a quello dell’Italia, intende ridurlo investendo nella formazione professionale. L’Italia, con una disoccupazione giovanile, soprattutto nel Mezzogiorno, quasi da record a livello europeo, sembra sottovalutarne la gravità.

Mi meraviglia soprattutto che un governo dalle smisurate ambizioni come quello di Renzi non faccia nulla per aggredire alla radice il male che rischia di compromettere il futuro di un’intera generazione di giovani.

So benissimo che nel breve periodo è quasi impossibile raggiungere i tassi di due dei Paesi europei più virtuosi, la Germania e la Svizzera (attorno al 7,5%), ma bisognerebbe almeno proporsi di raggiungerli in un orizzonte temporale di medio periodo, investendo soprattutto nella formazione professionale. Invece niente, a meno che i guru dell’attuale governo non abbiano ritenuto sufficienti gli incentivi europei all’occupazione giovanile (la cosiddetta «garanzia giovani») e il disegno di legge di riforma della scuola, approdato da poco in Parlamento.

Non occorre essere statisti o studiosi del settore per rendersi conto che c’è una relazione molto stretta tra disoccupazione e formazione e che i rischi della disoccupazione sono tanto maggiori quanto più basso è il livello di formazione o quanto più inadeguata è la formazione professionale. Se la disoccupazione giovanile sopra il 25% diventa cronica (e la percentuale dei giovani senza lavoro in Italia è sopra il 40%) i rischi per il futuro dei diretti interessati, ma anche del Paese, sono enormi.

Di fronte alla gravità del problema, non riesco a capire perché Matteo Renzi e il suo governo non abbiano ancora nemmeno avviato un’autentica riforma della formazione dei giovani. Credo che l’Italia dovrebbe prendere esempio dai Paesi in cui la disoccupazione giovanile è entro limiti «fisiologici» accettabili (ossia da 1,5 a 2 volte superiore a quello della disoccupazione generale). A ben vedere, in questi Paesi, specialmente Germania e Svizzera, la formazione professionale è molto sviluppata e non a caso il numero dei giovani senza lavoro (o che non studiano) è più ridotto che in Paesi dove questa preparazione manca o è carente. (…)

Per realizzare in Italia una «buona scuola» occorrerebbe, fra l’altro, investire nel sistema scolastico molte più risorse di quelle assegnate attualmente, che sono sotto la media dei Paesi dell’OCSE. Una «buona scuola» sarebbe, inoltre, quella che «forma» mentalmente e culturalmente i cittadini di domani, ma anche quella che prepara adeguatamente i lavoratori del futuro, in grado cioè di essere facilmente assorbiti, senza sussidi, dall’economia.

Non credo che porre mano a una seria riforma della formazione in Italia sia un’impresa impossibile e proprio per questo bisognerebbe non perdere altro tempo, ma dubito che la classe politica attuale sia all’altezza del compito.

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