Lavoro, Scontro sindacale per le tutele dell’art. 18 – di Francesca Briganti

Susanna Camusso, ospite da Fabio Fazio, continua la sua guerra vestendo i panni di paladina dei giovani precari come sindacalista, ma non perde l’occasione di tirare la frecciatina a Berlusconi, affermando che il Governo Monti ha ridato all’Italia la credibiltà persa a causa del Cavaliere. La memoria di questa donna è davvero corta.

La signora sindacalista non ricorda che grazie ai suoi scioperini ha creato danni economici alle imprese e al PIL, che grazie al suo accanimento per mantenere certi posizioni ideologiche, in 12 anni di lavoro flessibile e distorsivo, nessuno della triplice sindacale ha mai pensato di fermare il fenomeno del precariato e che le imprese hanno paura del veto sindacale e non investono in Italia per la forte ingerenza dei sindacati, appunto. Il contrasto sindacale con il Ministro Fornero segue una logica ben precisa: nessuno tocchi l’art 18.

Credo che la platea dei lavoratori sia d’accordo su questo tema, l’art 18 non va abrogato, per due ragioni: non tutti i lavoratori del settore privato sono coperti dalle tutele dell’art 18, e poi perchè si darebbe la possibilità di licenziare molto facilmente.

Andiamo per ordine. Il pacchetto di riforme della Fornero sembra non seguire una logica ben precisa. Meno tutele in cambio di maggiore occupabilità, rimozione delle rigidità e del dualismo intergenerazionale nel mondo del lavoro, più ammortizzatori sociali a sostegno del reddito dei disoccupati, cancellazione della Cassa integrazione in deroga e maggiore flessibilità come il modello danese. Attraverso questo percorso – secondo il governo – sarebbe possibile accellerare il turn over nelle assunzioni e far partire la crescita.

E’ bene puntualizzare che con una semplice partita di giro, licenziando gli occupati e assumendo a loro posto i disoccupati, non si aumenta l’occupazione e che il modello di "flessicurezza" alla danese, non avrà lo stesso successo in Italia, perchè mancano le risorse economiche alle casse dello Stato e i posti disponibili.

Alla base di un funzionamento ottimale del mercato del lavoro, ci deve essere un sistema di formazione che riesca a rimuovere il disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro, i servizi pubblici per l’impiego che non siano  autoreferenziali, ma in grado di stimolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Liberalizzare il settore dei servizi per l’impiego, implementando le sinergie  e il decentramento delle funzioni a favore delle Agenzie per il lavoro private. Quest’ultime sono in grado di erogare gli stessi servizi: intermediazione, formazione, collocamento, servizi di outplacement (riqualificazione e collocazione). E questo è l’inizio.

Una riforma a 360 gradi del mercato del lavoro non può essere realizzata in tempi rapidi e con la crescente ostilità dei sindacati: anche se non è più possibile che il gap generazionale in materia di tutele possa rendere precari i giovani, è inamissibile flessibilizzare i padri in piena recessione economica, perchè non troverebbero in tempi ragionevoli un lavoro.

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