Lavoro, E l’articolo 18 spacca il Pd – di Giampiero Pallotta

Per anni, specialmente per l’intero anno 2011, da tutti quelli che lo hanno sempre combattuto, è stato chiesto a Berlusconi di dimettersi perche’ ormai non era piu’ in grado di governare. Era stata venduta al grande pubblico la necessità di un governo di “competenti” per evitare il peggio all’Italia. E dopo essersi sbizzarriti nella ricerca del nome che doveva assumere il nuovo governo (di salute pubblica, di solidarietà nazionale, del Presidente ecc.), alla fine, con grande soddisfazione degli avversari di Berlusconi, il 16 novembre 2011 e’ nato il governo “tecnico” guidato da Mario Monti. Quindi, sono stati “loro” (Bersani, Fini e Casini) ad aver invocato la nascita del governo attuale. Secondo molti un governo di tecnici, non essendo legato a un partito, e quindi slegato dal vincolo delle promesse fatte agli elettori per ottenere il loro voto, non poteva che fare il vero bene dell’Italia. Di conseguenza, chiunque dovesse mettersi di traverso per impedirgli di governare, sarebbe inevitabilmente considerato un fanatico traditore.

La prima fase del governo Monti e’ andata liscia, visto che si trattava di provvedimenti di aumento delle tasse che la sinistra ha approvato senza nessuna remora visto che e’ sempre stata “il partito delle tasse” e perche’ il Pdl non ha temuto l’impopolarità. Ora si e’ passati alla seconda fase e sono iniziati i dolori, perche’ si parla, in particolare, dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori che s’intitola “reintegrazione sul posto di lavoro” e disciplina le conseguenze “in caso di licenziamento illegittimo” nelle ditte con più di 15 dipendenti.

L’articolo 18 dispone che, in caso di licenziamento “senza giusta causa” o giustificato motivo, il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro. Il giudice, qualora accerti l’illegittimità del licenziamento per uno dei motivi indicati nella legge n. 604/1966, ordina la “reintegrazione” del lavoratore nel posto di lavoro. Oltre all’ordine di reintegrazione, al lavoratore spetta, in ogni caso, un risarcimento danni che non può essere inferiore a cinque mensilità. Infine, al dipendente e’ data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità. Se si modificherà’ l’art 18, la Fiom (Federazione Italiana Operai Metallurgici) promette scioperi generali, la Cgil (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) si è messa risolutamente di traverso e il Pd non se la sente di dissociarsi sia dal suo sindacato di riferimento (CGIL) sia da una buona parte della sua base elettorale.

Il segretario Bersani ha pubblicamente e solennemente affermato che il suo partito non accetterà supinamente le decisioni del governo, ma valuterà le sue proposte e dopo deciderà. Il bello e’ che il Pd ha voluto il governo Monti e gli ha votato la fiducia ed era consapevole che doveva appoggiare incondizionatamente l’azione del governo da loro invocato e finalmente ottenuto. Se il Pd obietterà che le norme del governo Monti sono “sbagliate e ingiuste”, smentirà se stesso quando chiedeva il “governo dei tecnici”. 

Ora Monti ha detto a chiare lettere che “con o senza l’accordo dei sindacati” farà la riforma del lavoro e l’articolo 18  andrà modificato per permettere gli investimenti in Italia delle ditte straniere e per bloccare il trasferimento all’estero delle ditte italiane. Adesso il Pd dovrà scegliere tra rompere con la Cgil e con buona parte di un elettorato al quale ha parlato per decenni dell’art. 18 come di un “tabù intoccabile”, oppure rompere col governo. Pur sapendo che facendolo cadere sarà accusato di essere “un fanatico traditore” e di avere impedito che il “governo dei tecnici” facesse il bene del Paese.

Berlusconi, che ha sempre invocato la riforma del mercato del lavoro, potrà dire che il Pd non voleva un governo che facesse il bene della nazione, ma soltanto uno che lo avesse “allontanato” da Palazzo Chigi dopo avere vinto legittimamente elezioni democratiche. Il Pd si e’ “cacciato nel sacco”. Per uscirne dovrà tradire quel Monti che ha voluto, oppure mettersi contro alla CGIL e ad una grossa fetta dei suoi elettori. E’ la prova provata del fallimento del Pd e che e’ diventato un’interessante caso di “psicologia”. Non si comprende come mai i sondaggi indichino che il 25/28% degli italiani voterebbero per un partito che non esiste perche’ non ha dirigenti, non ha un programma, non ha idee e che per il solo cieco odio verso Berlusconi si e’ “cacciato nel sacco”.

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