La sinistra italiana si fonda sul sangue dei cattolici o sull’oro di Dongo?

Ne è passata d’acqua sotto i ponti dai tempi di un’ideologia dogmatica, del tutto scaricata dai pronipoti dei “sinistri”, i quali oggi preferiscono conservare una romantica visione del comunismo

In quello che possiamo definire il “grande calderone socialista”, in origine galleggiava l’idea di migliorare le condizioni della classe lavoratrice e l’ideale, tra l’altro fallito ovunque, di realizzare un radicale cambiamento sociale con l’imposizione di un regime totalitario, che non si può chiamare dittatura, poiché qualcuno ancora s’adombra.

Ne è passata d’acqua sotto i ponti dai tempi di un’ideologia dogmatica, del tutto scaricata dai pronipoti dei “sinistri”, i quali oggi preferiscono conservare una romantica visione del comunismo, riconducibile a personaggi tipo “Peppone” dell’autore Guareschi.

Dopo la prima guerra mondiale, si costituì una rivista, “L’Ordine Nuovo”, che raccoglieva i futuri dirigenti del Partito Comunista. Il giornale sostenne l’occupazione delle fabbriche dell’estate 1920 con un ampio e spregiudicato ricorso alle armi, e la successiva nascita di consigli di fabbrica come i soviet, un autentico contropotere opposto alle istituzioni.

Armi, violenza, maniere forti, mescolati a mal garbate braccia armate, invocavano democrazia a qualunque costo, sì anche calpestando l’avversario, e avendo come mito un uomo come Lenin, che emanò un documento che prevedeva di bollare a fuoco, in modo sistematico e implacabile la borghesia e chiunque l’appoggiasse; una vera e propria dichiarazione di guerra, alla faccia del pacifismo di sinistra.

Ben presto si fecero strada uomini come Gramsci e Togliatti. Il Partito rimase indifferente alla scalata di Mussolini, poi però su ordine dell’Internazionale dell’Unione Sovietica, si trovò costretto a manifestare la sua approvazione alla politica fascista.

Quindi il Partito Comunista Italiano già subordinato alle direttive dell’Internazionale Comunista subì del tutto la cosiddetta “bolscevizzazione” del Partito. Furono mandati nel nostro paese numerosi agenti russi per controllare il gruppo politico locale e insieme fu inviata una grande quantità di denaro per condizionarne l’attività e favorire quegli esponenti maggiormente disposti a collaborare. Nell’analizzare la storia della sinistra italiana, in cui non si veniva eletti, ma solo scelti, notiamo ma che ha sempre voluto ripartire la ricchezza, togliendo ai ricchi per dare ai poveri, è interessante quanto denaro abbia inglobato e di quanta “pecunia” abbia sempre avuto sete.

Tutto scendeva come oro da uomini come Zinoviev, Trotskij, Kamenev e Togliatti accettava, a discapito di compagni italiani di partito, infatti, l’adeguamento del massimo dirigente comunista alle direttive sovietiche fu senza riserve, accogliendo Stalin con un’ovazione e mille genuflessioni.

Nell’estate del 1936 Togliatti pubblicò un appello in cui si affermava: “Noi Comunisti facciamo nostro il programma Fascista del 1919, che è un programma di pace e di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori. Camicie nere ed ex combattenti e volontari d’Africa, vi chiediamo di lottare uniti per la realizzazione di questo programma”.

Hai capito i comunisti!?

In quegli anni si apriva poi una delle pagine peggiori del Partito Comunista Italiano, con la partecipazione dei dirigenti comunisti alle purghe staliniane. I leader italiani segnalarono alle autorità sovietiche i “compagni scontenti” che finirono davanti al plotone d’esecuzione o internati nei gulag. Dei circa 600 comunisti riparati in Unione Sovietica in quegli anni, oltre 200 furono quelli che subirono tale destino, ma le sorti del proletariato? Togliatti poi in qualità di alto dirigente del Comintern partecipò al processo di soppressione dei comunisti polacchi rifugiati, ritenuti anch’essi inaffidabili, diverse migliaia dei quali conobbero la detenzione o la fucilazione.

Il Partito Comunista conobbe un grande rilancio nel ’44 con la lotta di liberazione, mettendosi l’abito del liberatore, sì, però sporco di sangue, viste le stragi di cui i partigiani rossi si macchiarono e che mai pagarono.

La Resistenza mirava semplicemente alla dittatura comunista e le troppo velocemente dimenticate atrocità di Stalin non sono state diverse dalle sempre riproposte efferatezze fasciste, anche se qualcuno ancora lo nega.

Ci furono dei partigiani scomodi di cui non si vuole parlare, uomini come i partigiani bianchi, quelli nati nelle associazioni cattoliche. C’era, quindi, chi lottava per una parola data, per mantenere fede e onore e fu sterminato d altri partigiani.

I partigiani rossi che di fatto non accelerarono affatto la ritirata tedesca, anzi: la resero ancora più sanguinosa anche perché i continui attentati provocarono numerose rappresaglie. Morti su morti e vendette personali compiute casa per casa caratterizzarono la furia rossa. I partigiani comunisti volevano sostituire una dittatura, quella fascista, con un’altra peggiore, e per raggiungere quest’obiettivo fecero fuori addirittura parecchi partigiani bianchi che gli erano d’ostacolo.

L’odio comunista si scagliò soprattutto contro i cattolici e i religiosi, come era già successo in Spagna durante la guerra civile. Il 13 aprile 1945 i partigiani uccisero Rolando Rivi, ora beatificato, e lo fecero solo perché indossava la veste talare e perché voleva diventare prete. Furono moltissimi i preti e i consacrati che fecero una brutta fine in Emilia nel cosiddetto triangolo della morte, dove ci furono ben 4500 morti dal 1943 al 1949 e tra loro molte donne, anche incinte che invocavano pietà per il figlio che portavano in grembo e non la ebbero.

Tra i crimini più beceri dei partigiani rossi, c’è senz’altro quello di Carlo Borsani, 28 anni, medaglia al valore di guerra, un ragazzo ucciso perché accusato di essere fascista e addirittura gettato su un carretto della spazzatura, e al collo aveva una scritta: “Ex medaglia d’oro”.

E’ scomodo lo so, ma anche l’omicidio di Benito Mussolini non è stato mai chiarito, e la versione ufficiale dei fatti propinata è solo quella di sinistra. E’ stato accertato che non morì dove la storia lo ha collocato e comunque nemmeno lui ebbe un regolare processo: anche quella fu una vendetta.

Basta? No, direi di no. Sembra che un ex partigiano comasco a 93 anni abbia deciso di palare e dire tutto sui misteri di Dongo.

Mario Tonghini, nome di battaglia “Stefano” ha deciso di dire ciò che sa di un tribunale terribile che non ha fatto solo strage di civili, ma anche di compagni di partito, uomini e donne. Mario e i suoi furono testimoni del furto o dell’appropriazione che dir si voglia del famigerato tesoro di Dongo, che in un modo o in un altro sarebbe finito nelle tasche del PC. C’è stato di mezzo un pezzo da novanta dell’epoca, Pietro Vergani, un comunista duro e ortodosso che si era forgiato ideologicamente alla Scuola leninista di Mosca fino a divenire uomo di fiducia di Luigi Longo e comandante della Delegazione lombarda delle Brigate Garibaldi. Morirono in tanti e molti corpi sparirono per sempre.

La più pericolosa fra tutte le squadracce rosse tristemente note a Como era la banda di “Lince”, che aveva una vera e propria “sala di tortura” con annesse celle di detenzione in uno scantinato di via Rusconi, sotto il Caffè Rebecchi, nel pieno centro della città.

Comunque, quel tesoro era composto da chili e chili d’oro e gioielli, forse otto miliardi e probabilmente in parte finì in Svizzera. Poi secondo testimonianze, a Roma fu acquistata la sede del patito di Via delle Botteghe oscure, la tipografia che stampava il giornale e una pensione. A Roma si diceva che le botteghe oscure rilucevano dell’oro di Dongo.

Da allora in poi ne è passata d’acqua sotto i ponti e il PC italiano si è ufficialmente dissolto e poi riciclato in varie sinistre; la sostanza non cambia. Oggi esiste un PD, partito democratico che vuole ricordare nelle sue origini solo cose romantiche, ma si fonda sul sangue e fa finta di niente.

Gli italiani hanno fatto i conti con il passato, quelli di sinistra forse ancora no.