La Palermo oscena dei calessi per turisti – di Arianna Fioravanti

Palermo, sontuosa e oscena. Così si esprimeva Giuseppe Fava, l’intellettuale siciliano ucciso dalla mafia nel 1984. Oscena Palermo lo è ancora oggi, almeno per il modo indegno in cui vengono disconosciuti i diritti dei cavalli. Sì, diritti. Perché anche ai cavalli, in quanto animali ed esseri senzienti capaci di soffrire, andrebbe riconosciuto il diritto naturale di vivere una vita che sia degna di questo nome. Diritti riconosciuti da molti, sempre che non si vadano a toccare gli interessi dell’animale di specie “superiore”, l’uomo. Perché altrimenti il discorso cambia.

Ed ecco i cavalli di Palermo, con le loro carrozze. A qualsiasi ora del giorno e dell’anno. Quindi anche in agosto e alle due del pomeriggio, che trascinano il peso di due tre quattro turisti, del cocchiere e del cocchio. Al passo o al trotto (a Roma il trotto sarebbe vietato), senza nessun limite prestabilito di ore di attività al giorno. Accade di vederli anche di notte, al porto, che aspettano chissà cosa, dalle due alle sette di mattina. E poi via per una nuova ed estenuante giornata di lavoro. Ciò basterebbe a far gridare al maltrattamento, ma non è tutto. Oltre a incontrare cavalli bardati con finimenti vari, se ne vedono certi con file di campanelli vicino alle orecchie, accompagnati (come se i campanelli non bastassero!) da musiche a tutto volume. In mezzo al caos e allo smog della città, fra macchine, autobus e motorini. Alcuni vetturini hanno provveduto a bendare le orecchie del loro animale, oltre a limitargli l’uso della vista per mezzo del paraocchi. È quindi turando, menomando occhi e orecchi che si tenta di ovviare al peggio perché, si sa, il cavallo è fra gli animali più sensibili e vulnerabili, si spaventa facilmente e non di rado, suo malgrado, è protagonista e vittima di gravi incidenti.

A Palermo non esiste alcun regolamento comunale che preveda restrizioni finalizzate alla tutela dei cavalli con calesse, mi fa sapere un vigile urbano cui mi rivolgo per strada. Far west. D’altronde, così recita il titolo di un recente articolo sulle corse clandestine, perché qui accade anche questo. Mi informo e subito spunta fuori la parola zoomafia. Scommesse, stalle, macelli clandestini… Complice il Codice della strada che offre l’asfalto e punisce le competizioni illegali di veicoli ad uso animali in maniera più blanda rispetto a quelle di veicoli a motore.  Ma qui il discorso si fa lungo e ora vorrei soffermarmi sui calessi per turisti, quelli per cui non è prevista nessuna azione di contrasto e neanche di controllo (eccetto che per alcuni aspetti burocratici e l’obbligo del sacchetto per le deiezioni).

Un’alternativa c’è. E non è quella di togliere il lavoro a padri di famiglia, ma di convertire, per esempio, le licenze da vetturino in quelle da tassista; oppure di adottare carrozze elettriche, come città, vie e tempi moderni esigono. Graziosissime vetture elettriche, oltretutto, erano già in uso agli inizi del ‘900. E in ogni caso, non si può scegliere di salvaguardare il richiamo alla “tradizione” sulla pelle degli altri. Quando diventano crudeli anacronismi, certe “tradizioni” vanno rotte, come fortunatamente è già successo tante volte.

Intanto, la LIDA e l’OIPA di Palermo, insieme al Dipartimento animalista-Gruppo Gandhi-Liberacqua Onlus, hanno organizzato un corteo di protesta che si terrà sabato 17 settembre: per dire no alle corse clandestine e allo sfruttamento degli animali.

Bisogna intervenire, tutti. Specialmente la classe politica. L’indifferenza non è una “mancanza” priva di significato. Che sia determinata da volontà, ignoranza, pigrizia o disinteresse, l’indifferenza è risposta e partecipazione attiva di fronte a una realtà. Quindi scelta. E ogni scelta implica delle responsabilità etiche che vanno al di là di quanto stabilisce o non stabilisce la legge degli uomini, parziale e mutevole, come ci insegna la storia; a meno che non si voglia pensare di avere raggiunto, con la nostra società, la vetta più alta del progresso morale e civile.

 

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