La felicità è un pallone che non si sgonfia – di Roberto Zanni

Un pallone è gioia. Ma lasciamo stare quella del gol dei calciatori milionari o della passione dei tifosi. Un pallone è gioia per chi non ha nulla, per chi non ha da mangiare o è senza una casa. Per chi in qualsiasi parte del mondo, si trova in mezzo a una guerra. Un pallone è gioia per tante vittime innocenti, i bambini che devono lottare, fin dalla nascita, per sopravvivere. Però quando c’è un pallone, allora anche la miseria, la povertà, le speranze tradite, possono essere lasciate in un angolo, per un momento. Tutti i bambini, in ogni lato del mondo, con un pallone tra i piedi diventano spensierati, anche se non lo possono essere. E a volte quel pallone può trasformarsi in una piccola, ma importante ancora di salvezza. Purtroppo però, basta poco perché il pallone si sgonfi. E non è solo una metafora, ma la realtà di qualsiasi campetto di calcio.

Nel 2006 Tim Jahningen se ne stava seduto sul suo divano, tivù accesa e un documentario, di quelli crudeli, sul Darfur, una delle nove province storiche del Sudan, in Africa. Dal 2003 il Darfur è teatro di un conflitto tra le popolazioni locali, un genocidio che va avanti e non si ferma. Migliaia di vittime, una strage ingigantita, se possibile, anche da siccità e carestie. E i bambini non sono risparmiati, tutt’altro. Ma tra la ferocità delle immagini del documentario, c’era anche un piccolo spazio che mostrava che anche lì i bambini possono trovare un attimo di spensieratezza. Sì, con un pallone. Nel Darfur, come in altre zone povere del mondo, i palloni li fanno con gli stracci, o la spazzatura, perchè i palloni veri, quelli che le organizzazioni umanitarie donano a chi ne ha bisogno, durano ben poco in mezzo ai sassi, alla polvere, ai fili spinati. O si forano oppure si sgonfiano in fretta e diventano inutilizzabili. "L’unica cosa che sostiene questi bambini è giocare – ha spiegato Mr. Jahningen – ma i milioni di palloni che vengono loro donati in 24 ore sono già inutilizzabili, sgonfi, da buttare". E da quel giorno del 2006 è stata un’idea fissa: trovare un materiale col quale fosse possibile realizzare dei palloni indistruttibili, che non si sgonfiano e non si forano e che non abbiano bisogno di una pompa.

Due anni di sforzi quasi inutili, diversi ingegneri con i quali aveva parlato si erano dimostrati molto scettici. Una impresa impossibile o quasi fino a quando, nel 2008 ha scoperto il PopFoam, una schiuma dura, composta di etilene-vinile-acetato, un materiale simile a quello che viene utlizzato per i sandali Crocs, quelli talmente brutti che però hanno avuto un successo mondiale. "Ha cambiato la mia vita" ha raccontato Mr. Jahningen in una lunga intervista rilasciata al New York Times. E da quel giorno è cominciata a cambiare la vita anche di milioni di bambini bisognosi, in ogni angolo del mondo. Ma prima di arrivare, finalmente, al pallone indistruttibile,  c’era ancora della strada da fare, ci voleva un finanziamento, da solo non ce l’avrebbe fatta. Un giorno ne parlò con Sting, un amico dai tempi in cui Jahningen si interessava di musica e il cantante britannico, sempre molto sensibile alla beneficenza e ai problemi legati ai bambini, gli disse di lasciare perdere tutto quello che stava facendo e di dedicarsi solo al progetto. Non solo parole, perchè Sting gli firmò anche un assegno da 300.000 dollari. Così è nato il pallone, così è nato il nome ‘One World Futbol’ in omaggio a una canzone dei Police, ‘One World (not Three)’. E se anche Sting vuol dire pungiglione, quel pallone davvero è diventato indistruttibile: per ‘testare’ il prototipo furono scelti Rwanda, Haiti e Iraq. "Ed era molto meglio di un pallone fatto di stracci" ha aggiunto il suo inventore. Adesso si è già arrivati alla quinta generazione del ‘One World Futbol’, ne sono stati prodotti 33.000 e centinaia di organizzazioni umanitarie li hanno distribuiti ai bambini di 140 nazioni. Sì, funziona davvero, e può durare fino a trent’anni. L’unico problema è che il costo di questo pallone raggiunge i 17 dollari, contro i 2,50 di quelli normali, al quale vanno aggiunte le spese per il trasporto, ovviamente superiori, rispetto ai palloni che possono essere spediti sgonfi. Ma nel maggio scorso la Chevrolet, che fa parte del gruppo GM, ha raggiunto l’accordo per l’acquisto di 1,5 milioni di palloni che donerà e la fabbrica di Taiwan dove vengono prodotti sta raddoppiando i turni per poterne realizzare 45.000 al mese. Adesso ogni settimana due containers vengono riempiti per le consegne in tutto il mondo per una piccola gioia che però può durare tutta la vita.

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