La crisi, l’Italia e l’Europa – di Simone Ceramicola

Quanto sta avvenendo in Europa e nel mondo in questi mesi sta creando molti turbamenti a tanti tra noi osservatori delle cose politiche ed economiche o semplici cittadini. Anche i cosiddetti esperti e gli intellettuali illuminati sembrano andare in crisi. 

Un esempio tra tutti: Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della Sera del 25 novembre 2011 scrive "L’Ue quale l’abbiamo conosciuta negli ultimi quindici anni è ormai virtualmente morta. L’unica cosa rimasta sulle sue rovine è il tentativo di direttorio franco-tedesco. Ciò però non solo è del tutto contrario al nostro interesse nazionale, ma è quasi certamente destinato a suscitare l’opposizione anche di un certo numero di altri Paesi. Ebbene, perché l’Italia non potrebbe cercare di essere un punto di coagulo di tale opposizione, facendosi iniziatrice di una revisione profonda della costruzione europea? Perché non potrebbe assumersi il compito di avanzare una serie di proposte volte a sostituire ai mandarini di Bruxelles e alla Duma di Strasburgo un’Europa finalmente politica, dotata di effettivi poteri, sanzionati democraticamente dai popoli del continente?". 

Ma come si fa a “sostituire i mandarini di Bruxelles” con altri “mandarini”? 

Si è votato e si vota in tutti i Paesi europei investiti dalla crisi, Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Francia. E in Italia? In Italia invece no! In Italia ci si è affidati all’Uomo della Provvidenza, l’ex-Rettore della Bocconi ed ex-Commissario europeo alla Concorrenza ed al Mercato Unico, diventato senatore a vita la sera prima e primo ministro il giorno dopo senza chiedere il parere dei cittadini, senza passare attraverso il  giudizio degli italiani! 

LA CRISI La grande crisi economica che ci investe e sembra farla da padrona con i mercati, gli spread, le aste di titoli a dettare e travolgere la politica di interi Stati sta rivelando tutta la fragilità e la debolezza della costruzione europea. I mesti tentativi del Direttorio franco-tedesco non sono stati sufficienti per risolvere questa crisi ma solo ad arginarla. Per quanto tempo ancora? 

L’Euro è stato creato senza quei dispositivi e quegli strumenti tali da renderlo uno strumento utile per tutti i paesi membri in tempi difficili quando le regole prestabilite saltano e una capacità di reazione rapida diventa un fattore essenziale per la tenuta economica. La moneta di un insieme formato da 17 entità economiche e sociali profondamente diverse e talvolta divergenti senza una guida centrale forte corre evidenti rischi di implosione in presenza di crisi finanziarie e di fiducia come quella in corso. 

Quella che stiamo vivendo non è solo una grande crisi economica ma anche un’importante fase di evoluzione dei rapporti all’interno della società. La gestione delle risorse finanziarie e la politica economica nell’era globale non riescono più a fornire risposte adeguate alle esigenze dei cittadini se perdono il senso di responsabilità e la correttezza nei confronti dell’altro. 

La crisi economica e finanziaria è, innanzitutto, una crisi di fiducia scoppiata dopo anni di crescita drogata da operazioni finanziarie sempre più audaci e rischiose intraprese alla ricerca di profitti rapidi in ottiche di breve o brevissimo periodo e nella speranza che il famoso "cerino" resti nelle mani di qualcun altro. Purtroppo, nel tempo, la generalizzazione della presa di rischio e le sue dimensioni globali hanno trasformato l’azzardo di alcuni, diventati moltissimi nella gara a chi rischiava di più, in una bolla globale dove il "cerino" è rimasto nelle mani di tutti ed ognuno. Della giostra impazzita della finanza hanno per alcuni anni goduto tutti e nessuno probabilmente è in grado di scagliare la prima pietra. Purtroppo però nel si-salvi-chi-può generale sono i più umili a rimetterci di più e per primi. 

Forse, speriamo, alla crisi finanziaria con anni di "deleveraging" ed a un livello di reddito più basso si troverà rimedio e l’economia dei paesi ritroverà il suo equilibrio macroeconomico e con esso la fiducia per intraprendere e creare ricchezza "reale" tornerà. Tuttavia, la domanda più difficile che sarà posta riguarda il come potrà fare l’Europa a mantenere gli alti livelli di protezione sociale esistenti. Infatti, negli anni, le industrie europee hanno cercato di ottimizzare la loro competitività trasferendo quote via via maggiori delle loro produzioni in Paesi a basso costo, salariale e non, e politici miopi, invece di fare riforme ed investimenti, hanno trovato opportuno e facile aumentare nel breve periodo il potere di acquisto dei loro cittadini aprendo le porte a importazioni a basso costo che, peraltro, ponevano fuori mercato i produttori locali che per loro malaccortezza non avevano delocalizzato. Ora, in alcuni paesi, ed in particolare in Italia, la base industriale si è affievolita, le infrastrutture sono diventate obsolete ed inefficienti e l’importazione di energia a prezzi crescenti rischia di assorbire tutti i benefici di un’attesa ripresa economica o addirittura di soffocarla sul nascere. 

La crisi che viviamo impone sempre più un cambiamento profondo di regole e mentalità collettive. 

Tra i partner europei, la Germania è stata sicuramente il paese più accorto nell’investire e riformare il proprio tessuto economico e sociale per tempo e nella giusta direzione, tuttavia é impensabile che possa continuare a prosperare indefinitivamente accanto a compagni di viaggio soffocati da variabili macroeconomiche (tassi di interesse e cambi) al di fuori del loro controllo e dalle caratteristiche inadatte al loro sviluppo. 

All’altro estremo la Grecia, appare evidente a tutti, dovrà riformarsi profondamente impostando politiche atte a favorire l’ingresso di capitali di rischio privati perché dopo aver fatto perdere somme stratosferiche ai propri creditori non avrà più accesso al credito privato estero per anni e le scarse risorse interne potrebbero non bastare per finanziare il proprio sviluppo. 

Tra questi due estremi si situano la maggior parte dei partners europei. Per tutti vale, purtroppo, l’obbligo di riformarsi o soccombere, anche per i più "virtuosi". 

L’ITALIA L’Italia ha bisogno di rivedere e riformare la sua Costituzione, di rafforzare il governo, di semplificare le procedure parlamentari, di vincolare i parlamentari al mandato elettorale ricevuto dagli elettori, di ridurre gli enti inutili, la burocrazia eccessiva e le spese improduttive, di razionalizzare, ridurre e rendere più efficace la spesa pubblica, di liberalizzare le attività economiche produttive. 

L’Italia ha bisogno di consolidare l’esperienza recente del bipolarismo e dell’alternanaza, di diventare sempre più un Paese europeo dotato di due schieramenti politici maggiori che si contendono il governo della cosa pubblica nel rispetto di regole e valori condivisi. La guerra all’avversario politico, il non riconoscergli dignità politica, l’ansia di distruggerlo e metterlo in ginocchio per sempre sono atteggiamenti della vita politica più da guerra civile strisciante che da confronto politico e devono essere abbandonati da tutti. 

Per fare questo, per poter cambiare le regole, occorre innanzitutto un cambio di mentalità di tutti noi italiani: più rispetto per gli altri e per la parola data, più correttezza personale e reciproca, più disciplina e senso dell’organizzazione, più gioco di squadra. Il fatalismo di certo Sud deve lasciare il posto all’attivismo e al volontarismo di certo Nord, alla moralità del fare. 

I nostri eroi sono coloro che creano o contribuiscono a creare valore. 

L’EUROPA L’Europa ha bisogno di più unità tra i popoli e gli Stati, da realizzare con più cultura al servizio del progetto politico europeo e una definizione della propria identità, da difendere e da proporre a tutti i cittadini europei  e a tutti coloro che vogliono diventare europei. L’Europa ha bisogno di diventare la patria di tutti gli europei. Per realizzare questo si devono cambiare regole e mentalità. 

La regola fondamentale da inserire nella costruzione europea è la responsabilità del mandato democratico ed elettivo a tutti i livelli. A decidere le grandi scelte della vita e del futuro dei cittadini europei non possono essere “mandarini” lontani, ma i cittadini stessi attraverso loro rappresentanti eletti democraticamente. La sovranità é del popolo, non dei mercati, della burocrazia tecnocratica o dei direttòri politici. 

Occorre un governo europeo democratico eletto dai cittadini, oltre che dagli Stati, in una prospettiva e in una dimensione federale tra Stati.  

Per fare questo tutti noi europei dobbiamo cambiare mentalità e mettere a disposizione della costruzione europea le nostre competenze individuali e i nostri spiriti positivi. 

L’Europa del futuro deve diventare la sintesi del meglio che i nostri popoli hanno saputo realizzare e non il cocktail delle nostre debolezze o peggio l’ennesimo distruttivo campo di battaglia di dispute nazionali ormai superate e anacronistiche.

*Presidente del Club della Libertà / Bruxelles – Europa

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