L’Italia in Argentina, un’immagine presente ma non chiara – di Marcella Coli

Due anni fa sono stata per la prima volta in Argentina e mi ha colpito il fatto che la maggior parte delle persone con cui parlavo mi dicesse di avere origini italiane. Tantissimi, mi sembrava, erano i discendenti di italiani, ma quale era realmente il rapporto tra queste due nazioni? Ho deciso così di scrivere la mia tesi di laurea sull’immagine dell’Italia in Argentina e provare a conoscere il legame attuale tra due Paesi che nel corso della loro storia sono stati molto vicini per via della grande emigrazione italiana (quasi tre milioni di italiani sono emigrati in Argentina nel corso del ‘900).

Durante le mie ricerche ho dovuto cambiare più volte idea su quale fosse l’immagine dell’Italia. Inizialmente pensavo che mi sarei ritrovata di fronte ad un’immagine italiana diffusa, magari non sempre positiva, anche considerate le nostre recenti vicissitudini politiche ed economiche, ma mi aspettavo di trovare una consapevolezza riguardo l’Italia. Col tempo mi sono però resa conto che la situazione non era quella che credevo: l’immagine dell’Italia è sì, presente, ma non chiara. Pochi in realtà sono coloro, anche tra i tanti discendenti di italiani, che conoscono realmente l’Italia e spesso mi è sembrato che la conoscenza si sia fermata a un’Italia di tanti anni fa, a quella raccontata dal neorealismo, un’Italia che poco ha a che fare con quella contemporanea. Allora ho iniziato a pensare che la colpa fosse nostra, delle nostre istituzioni, dei tagli di bilancio che hanno colpito i fondi per l’estero, del fatto che mancassero le iniziative e l’interesse da parte nostra per tenere il legame con l’Argentina e la comunità italo – argentina e tutelare il nostro apporto nel Paese. In seguito però ho iniziato a cogliere una realtà ancora diversa, non sono soltanto le istituzioni italiane ad avere colpa di questa mancanza, ma sono spesso gli argentini, e, cosa più sorprendente, gli italo – argentini a non avere interesse nel mantenere i rapporti con l’Italia, e a non riconoscere il contributo della cultura italiana nel loro Paese.

Questo disinteresse si riflette nella stampa locale, dove la presenza dell’Italia è marginale (pochi articoli nella sezione esteri dei quotidiani) ma anche in altri settori dove la presenza italiana non rispecchia le potenzialità che potrebbe avere, se si pensa per esempio che il commercio estero con l’Italia è il 2% del commercio estero argentino e gli investimenti italiani in Argentina sono l’1% degli investimenti totali. E’ vero che i precedenti governi hanno tagliato i fondi stanziati per gli italiani all’estero, è vero che in Italia quasi mai si parla dell’Argentina, dei tanti italiani che sono emigrati lì nei secoli scorsi e di quelli che tuttora vivono lì (circa 800 mila), ma nonostante questo gli eventi e le iniziative che riguardano la cultura italiana in Argentina sono tanti, le associazioni che si occupano di diffondere l’italianità ci sono, c’è la presenza delle regioni, dei comuni, c’è una grande rete consolare, ma a questo spiegamento di forze non corrisponde un interesse e una conoscenza reale dell’Italia.

Forse uno dei motivi è che manca un’opera di coordinamento da parte nostra, le iniziative ci sono, ma non sono relazionate tra loro. Non c’è un progetto e questo è male, perché quello sulla cultura italiana, sulla nostra immagine, è un lavoro che andrebbe portato avanti in maniera organizzata, anche perché il legame, che pure esiste, diventa più flebile col passare del tempo, per cui se si vuole mantenere l’influenza del nostro Paese, se si vuole tutelare la cultura italiana e l’apporto della nostra emigrazione, lo sforzo deve essere maggiore. Se si vuole fare.

Alla domanda che mi è stata fatta, all’inizio del mio lavoro, su come parlavano di noi i media argentini, ho dovuto rispondere che non ne parlavano quasi, e mi è stato ribattuto che forse era meglio così. In quel momento mi sono sentita d’accordo col mio interlocutore, ma sì, forse è meglio così, ho pensato, d’altronde cosa si vuol dire? Di Berlusconi e le sue donne, del nostro Stato che fallisce, di una classe politica inadeguata a governare, tanto che viene sostituita da un governo tecnico? Sì, mi sono detta, meglio così. Ma poi sono andata avanti col lavoro ed ho iniziato a cambiare idea. No, non è meglio così. Perché ritirarci, rinunciare al tanto che abbiamo dato e al tanto che potremo dare? Io credo che occorra invece combattere per tutelare la nostra grande eredità in Argentina e far sì che la nostra influenza, la nostra presenza, non scompaia, in un Paese così importante e così simile a noi.

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