L’olio, garanzia italiana negli States – di Roberto Zanni

Il 2016 sarà un anno da primato negli Stati Uniti, per il consumo dell’olio per uso domestico. La crescita americana in questo settore è stata, negli ultimi cinquant’anni, esponenziale, se si pensa che nel 2015 gli USA l’anno chiuso con 308 milioni di chili e un nuovo aumento record del 250% negli ultimi 25 anni. Un cambio netto, nelle abitudini alimentari, che ha visto l’olio di oliva, da quasi sconosciuto, a ritagliarsi un ruolo di importanza fondamentale. In casa come al ristorante. E questa continua crescita ha portato anche a una, giusta, maggior richiesta di trasparenza, che si può ottenere, in primo luogo attraverso l’etichetta. Ecco perchè il consumatore statunitense richiede maggiori informazioni sulla bottiglia, una trasparenza di mercato e anche la corretta corrispondenza tra quello che viene dichiarato e l’effettivo contenuto delle confezioni che arrivano sulle proprie tavole. E questa consapevolezza dei diritti dei consumatori è emersa in maniera chiara in una iniziativa che è stata organizzata dalla Agenzia ICE assieme alla NAOOA, North America Olive Oil  Association, avvenuta nell’ambito del programma ‘The Extraordinary Taste of Italy’ che, a Chicago, ha raccolto la filiera dell’olio di oliva italiano.

Gli americani chiedono agli italiani, in qualità di produttori più importanti di olio di oliva chiarezza e garanzie. E gli italiani sono pronti a dare le risposte necessarie. Una garanzia dovuta per chi produce, a maggior ragione poi in un Paese, gli Stati Uniti, che rappresenta ormai da anni, un mercato sempre in continua crescita e nel quale l’Italia ogni anno esporta quasi 120.000 tonnellate delle 400.000 che rappresentano il totale dell’export in tutto il mondo.

Il 30% delle nostre esportazioni di olio finiscono negli USA, ecco allora che l’Italia vuole fornire un prodotto all’altezza delle proprie tradizioni, cioè di qualità. Il 5% di tutto l’olio che viene venduto sul mercato americano è rappresentato dal segmento composto da Dop, Igp e olio biologico. Si tratta di una quota che conferisce quello che si può definire ‘valore aggiunto’ al prodotto ‘made in Italy’. Sono le certificazioni di garanzia che concedono tutte le garanzie di qualità al consumatore. Ma non c’è solo questa quota: infatti al 5% con la sigla di certificazione si aggiunge un altro 15% di tutto l’olio extravergine di oliva importato dagli Stati Uniti, che è completamente al 100% prodotto in Italia.

Quest’ultimo segmento rappresenta la punta di diamante di una produzione di eccellenza, che fa parte della grande tradizione italiana del settore. C’è poi, a garanzia dei consumatori, tutti, nessun Paese escluso, la verifica, costante.

Infatti l’apparato di controlli per l’olio di oliva si muove su nove livelli diversi, di indagine che va alla qualità del prodotto fino alla sua provenienza. C’è poi il SIAN, il sistema informativo unificato dei servizi del comparto agricolo, agroalimentare e forestale, che ha il compito di monitorare i flussi di entrata dell’olio dai frantoi e dagli stabilimenti oleari. L’ingresso, ma anche l’uscita, per un monitoraggio completo, che possa garantire quello che il consumatore finale richiede. E ci sono poi, inoltre, anche i controlli effettuati dal Ministero della Salute: ogni anno sono oltre ventimila quelli effettuati sull’olio di oliva che garantiscono un numero sempre minori di contraffazioni, garantendo un prodotto sempre più di qualità.

E questa serie di controlli, a tutti i livelli, fanno sì che nel settore dell’olio di oliva, paragonato a quelli degli altri prodotti alimentari, si verificano irregolarità addirittura di tredici volte inferiori. L’appuntamento di Chicago è stata anche l’occasione per l’Agenzia ICE, di presentare vari profili sensoriali di alcuni tra i migliori extravergine italiani. Olii che sono stati abbinati a piatti della tradizione culinaria tricolore, offerti a una platea molto esigente  composta da trade, giornalisti specializzati nel settore, opinion leader e personaggi di spicco del mondo culinario non solo statunitense, ma anche spagnolo e australiano.

Gli Stati Uniti sono il mercato leader al mondo, da soli infatti assorbono il 32% di tutto l’export mondiale. Primi importatori al mondo, anche se finora non hanno ancora aderito al Coi, il Consiglio oleicolo internazionale, l’unica  organizzazione dedicata all’olio di oliva e alle olive da tavola. Ha la sede a Madrid, dove è stato fondato nel 1959 sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Il Consiglio contribuisce in maniera decisiva allo sviluppo responsabile e sostenibile dell’olivo offrendo anche un forum mondiale in cui vengono discusse le politiche necessarie per affrontare le sfide che attendono il settore.

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