L’Italia è malata e Monti non è un buon medico – di Giorgio Brignola

Il Bel Paese è gravemente malato. Malato nell’economia, nella politica, nei proponimenti che sanno di poco e, spesso, di nulla. La salute d’Italia dipende da un insieme di fattori la cui complessa natura ne condizione la concreta ripresa. Insieme alla Penisola ci sono gli italiani che, almeno quelli della nostra generazione, tentano di capire. Le proposte, però, sono spesso inconcludenti. Punto a capo. Nella nostra posizione di semplici osservatori delle cose nostre, attingiamo le notizie pubbliche e tentiamo, pur con non poca difficoltà, di renderle accessibili; anche se, sempre meno, accettabili. La crisi economica, che è anche politica, continua ad imperversare ed i rimedi, se così si possono intendere, appaiono tardivi  e con effetti dirompenti sulle categorie nazionali sempre meno tutelabili.

I giovani sono alla ricerca di un’occupazione che non trovano. Quelli di mezza età sono in cassa integrazione o, sempre più spesso, licenziati. Il Paese vive un’emergenza sociale faraonica e chi dovrebbe provvedere continua ad appesantire la “croce” delle rinunce e della qualità di vita. Il mondo della terza età è ancor più penalizzato. Il concetto delle “prospettive di vita”, altra trovata di chi non dovrebbe essere in questo Esecutivo della “non sfiducia”, ci ha reso scaramantici. C’è chi tocca il corno di corallo, ma c’è anche chi si tocca dell’altro.

L’Italia, per la verità, non è mai stata il Paese del bengodi, ma si è riusciti a renderlo sempre meno idoneo ad un’esistenza che ci appare sempre più pianificata da altri e senza la nostra convinta accettazione. La rappresentatività parlamentare resta più formale che sostanziale. I politici sono impegnati nelle manovre per la conservazione del “posto”.

Ridimensionato, o no, il Potere Legislativo è un qualcosa d’ambito che nessuno intende mollare. Tranne che nei casi di “coscienza” che, poi, suonano in ben altro modo per l’uomo della strada. In pratica per la maggioranza di noi. Evitare il peggio è auspicabile. Riuscirci è assai meno prevedibile. Quando l’affiatamento tra Potere Esecutivo e Legislativo resta ambiguo, nell’attesa delle elezioni politiche riformate della prossima tarda primavera, gli italiani, dentro e fuori i confini nazionali, si chiedono come “andrà a finire”. Se la realtà resta quella quotidiana, ribadiamo: “Male”. Del resto, col passare dei mesi, ci siamo resi conto che sono più gli aspetti sociali che ci dividono, di quelli che ci dovrebbero unire. Lo Stato sociale non ci sembra una meta concretamente raggiungibile.

L’assistenza sopravvive sul “buon cuore”; per il resto, basta guardarci intorno. Lo sbando è tanto vicino da farci seriamente preoccupare. Gli “ottimisti”, quando fanno sentire la loro flebile voce, sono magnifici figuranti; ma nulla di più. Anche perché il quotidiano dell’esistenza ci obbliga a guardare la realtà in faccia ed a rimanere, tanto per non cambiare, con tanti desideri insoddisfatti. La misura è colma. Ora si prova a cambiare “contenitore”. In altre parole a vararne uno più “grande”. Tale da poter contenere il malumore dei milioni d’italiani che non riescono più ad onorare anche le spese improcrastinabili. Insomma, l’Italia è malata e la cura del Professore non ne ha migliorato le condizioni. Ai tempi nostri si diceva “la Cina è vicina”. Oggi rischiamo di finire come la Grecia, che è stata, nel passato, la culla della Democrazia. Per chi vuole intendere, possiamo solo finire significando che la prognosi nazionale è, e rimane, “riservata”.

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